di Paola Favero

La tempesta Vaia è stato un evento epocale, segnale estremo della crisi ambientale e climatica che ci sta travolgendo. I ghiacciai che si sciolgono possono essere monitorati misurando anno per anno il cambiamento, e così accade per l’innalzamento del livello dei mari, i boschi invece hanno assorbito per anni ed anni i disturbi esterni, ma di colpo sono crollati, schiantati da un vento prima sconosciuto, figlio del riscaldamento globale che provoca sempre più spesso eventi estremi.  Poteva essere un occasione importante per aprire gli occhi, prendere coscienza della rapidità con cui stiamo precipitando verso una situazione fuori controllo, dove il nostro benessere viene meno assieme a quello dell’ecosistema che ci circonda, anzi, di cui facciamo parte. Ma non è stato così. Ed oggi, a due anni da quel 29 ottobre, mentre scendo in auto da passo Falzarego e vedo i boschi distrutti che mi circondano, mi chiedo come possiamo attraversare questo paesaggio stravolto senza sentire un disagio profondo, indifferenti e sordi al messaggio degli alberi.

I boschi si sono evoluti in milioni di anni per raggiungere un equilibrio ottimale con l’ambiente in cui vivono, in modo da avere la massima produttività e la massima resilienza, ma ora questo equilibrio si è rotto, e questo dovrebbe essere un segnale che ci fa riflettere spingendoci a  cambiare prima che sia troppo tardi. Con l’unica imprescindibile necessità di consumare meno, ricordando che non è possibile uno sviluppo infinito su un pianeta finito, con risorse che sono limitate, come sosteneva Augusto Peccei ed il club di Roma già nel 1970.

Non l’abbiamo compreso, o facciamo finta di ignorarlo perché non vogliamo cambiare il nostro stile di vita se non di fronte a qualcosa che ci tocca da vicino e ci fa paura, come è ora con la pandemia. Così anche l’estremo segnale degli alberi sarà stato vano.

Ma c’è di peggio. Vaia da un lato ci ha dato la conferma del cambiamento climatico in atto e delle conseguenze che può avere, ma dall’altro ha aperto le porte ad una politica forestale nuova, ad una selvicoltura produttivistica moderna, ad una gestione del bosco dove l’albero diventa una merce come tante altre, e tutto deve essere funzionale ad ottenere il massimo profitto  utilizzando tecnologie un tempo impensabili. Una simile trasformazione era già in atto in gran parte d’Europa ma faceva fatica ad entrare in Italia, sia per l’orografia dei versanti che non consentiva l’uso dei moderni macchinari, sia per la radicata tradizione di selvicoltura naturalistica che caratterizza la nostra storia.

In molti paesi d’oltralpe già da decenni i boschi vengono tagliati con tecniche che poco tengono conto dell’ecosistema forestale mentre guardano di più a massimizzare la resa economica: tagli raso o tagli raso a strisce dove aree di bosco vengono completamente tagliate  e poi eventualmente rimboschite, organizzazione regolare di strade e boschi per rendere più facile il lavoro, popolamenti  forestali sempre più monotoni  e artificiali…salvo poi mantenere delle are a parco o riserva dove invece i boschi sono protetti e lasciati ad uno sviluppo più possibile naturale. Simili indirizzi selvicolturali e l’arrivo dopo gli anni ’80 di uragani e tempeste devastanti che hanno abbattuto ettari di bosco sia nel nord che centro Europa ha poi fatto sviluppare un tipo di macchinari adatti a lavorare n situazioni così difficili, come gli harvester .

Questi macchinari sono in grado di tagliare un albero, sramarlo, scortecciarlo e dividerlo in tronchi in pochi minuti, e una sola macchina riesce a preparare circa 200 mc di legname al giorno, a fronte di 20 mc che potrebbe allestire un boscaiolo. I tronchi cosi preparati in mezzo al bosco vengono poi raccolti e portati in strada dal forworder, un altro mostro meccanico capace di salire pendenze e terreni dove nessun cingolato riuscirebbe. Tecnologia ed efficienza massime, ideali per operare in situazioni difficili come gli schianti di Vaia, ma terribili se poi applicate in boschi in piedi per effettuare i normali tagli, che in Italia venivano ancora programmati secondo i canoni della selvicoltura naturalistica. Lo scopo era quello di ricavare legname dal bosco cercando di avere un impatto minimo e imitando la natura, magari addirittura attraverso un taglio saltuario mirato, prelevando le piante più vecchie, aprendo il bosco troppo fitto, liberando la rinnovazione, con un azione puntuale che ricavava legname garantendo nel contempo i servizi ecosistemici e la biodiversità, che nel caso di tagli raso o troppo intensi viene azzerata. Cosa chiaramente impossibile se fatta con un mezzo che solo per spostarsi  richiede 4 metri di apertura e che ha bracci meccanici che lavorano solo se hanno spazio libero attorno, per almeno altri 8/10 m. Macchinari che solo poche ditte boschive italiane avevano, ed è per questo che su Vaia sono intervenuti  subito austriaci e sloveni, ma che ora molti si sono affrettati a comperare, anche grazie alle sovvenzioni. Macchinari indispensabili per lavorare sugli schianti di Vaia, ma che poi, finito di recuperare il legno a terra, si dovranno utilizzare a pieno regime sui boschi in piedi per ammortizzarne il costo.

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Così girando per la Piana di Marcesina sull’Altopiano di Asiago si vedono macchinari e camion di diverse nazionalità, un immenso cantiere forestale come mai si era visto prima, e nei documentari girati per l’occasione si sente inneggiare al nuovo modello di gestione fino a dire che la motosega rappresenta la preistoria, mentre questi macchinari sono il futuro. La cosa peggiore è però la propaganda mediatica che sta a monte di tutto questo, con un martellante invito a tagliare i boschi perché si sono troppo espansi, e a ringiovanire i boschi perché resistono meglio alle tempeste, anche se tutti gli studi dimostrano che sono invece i boschi più maturi ed evoluti ad essere più resistenti e resilienti.  Senza dire che se è vero che i boschi italiani sono aumentati di un milione di ettari, è altrettanto certo che non si andrà a tagliare di più nelle  zone di recente colonizzazione, di solito impervie e poco accessibili, ma condizionati dall’uso dei macchinari si taglierà di più solo nei boschi comodi che sono spesso anche i più belli.

E dimenticando che i boschi più vecchi ed evoluti sono anche quelli più resilienti e più ricchi di biodiversità, che viene distrutta quando vengono fatti tagli intensi o il bosco viene ringiovanito.

Dietro queste logiche così lontane dai proclami di impegno per le foreste, la biodiversità, l’ecosistema, si nascondono ancora una volta pressanti motivi economici, che oltre all’omologazione e banalizzazione del legno, un tempo prodotto pregiato ed oggi spesso utilizzato per imballaggi e cippato, spingono verso un utilizzazione degli alberi per le centrali a biomassa legnosa, promosse ed incentivate come energie rinnovabile.

Senza ricordare che le stesse erano nate per consumare in modo utile gli scarti delle segherie o delle utilizzazioni boschive, e non per destinare alberi interi per approvvigionarle, bruciando in pochi minuti anni di lenta crescita e rilasciando comunque nell’atmosfera la CO2 derivata dalla combustione.  

Così si spiega come sull’Altopiano sia proprio una multinazionale, Duferco biomasse, ad avere aperto il più grande cantiere forestale d’Italia. E perché sia così assillante e puntigliosa l’attuale campagna mediatica a favore dei tagli, della gestione attiva del bosco, che arriva a denigrare i pareri di grandi studiosi forestali e perfino della stessa soprintendenza, come nel caso dei cedui di castagno del monte Amiata, pur di sostenere questa folle politica di rapina. Che diffonde sui media, tutti al servizio della lobby della nuova selvicoltura produttivistica, concetti come la necessità di tagliare di più perché i boschi si sono troppo espansi ( ma rispetto a quando? E perché non dovrebbe essere positivo in questi tempi di cambiamento climatico avere più boschi?) e ribadisce la necessità di gestire il bosco, che sembra non essere in grado di sopravvivere da sé, e  che non può essere abbandonato ad uno sviluppo naturale…

Tanto che il nuovo Testo Unico Forestale arriva a prevedere anche la possibilità di obbligare un privato a tagliare il proprio bosco se lo stesso, non più utilizzato, viene classificato come abbandonato. Peccato che siano proprio i boschi abbandonati, dove l’uomo non arriva perché troppo scomodi, che ci regalano poi i boschi vetusti più ricchi di biodiversità e le più belle nicchie di naturalità senza che nessuno sia andato a gestirli. Peccato che in un conteggio di costi e benefici, distratti dalla logica del profitto immediato, ci si dimentichi di considerare gli innumerevoli servizi ecosistemici, fondamentali per la nostra vita ed il nostro benessere, che il bosco sa darci.

Paola Favero, forestale, scrittrice, vincitrice Bancarella Sport per la montagna 2002, premio Marcolin 2005, alpinista, esperta di educazione ambientale, già Comandante del Distretto Forestale di Agordo e del Reparto Carabinieri per la Biodiversità di Vittorio Veneto. Oltre a 18 libri legati alla montagna, tra cui racconti per ragazzi, libri naturalistici e di alpinismo, ha pubblicato decine di articoli e tenuto convegni e conferenze sulla montagna e su foreste e cambiamenti climatici. Il suo lavoro ”C’era una volta il bosco’ (Hoepli, 2019) è stato uno dei primissimi studi approfonditi sulle cause e gli effetti di Vaia. In uscita ora il suo nuovo lavoro, ‘Missione Terra, l’incredibile viaggio degli alberi per salvare il pianeta’ (CiErre edizioni).