“Il dibattito sull’apertura degli impianti sciistici è piuttosto surreale perché per sciare servirebbe prima di tutto la neve, che non c’è.” Luca Mercalli, meteorologo, climatologo, divulgatore scientifico commenta così a EC il surreale dibattito sulla partenza della stagione sciistica limitata dalla pandemia Covid19.

“Stiamo vivendo anche in montagna un novembre tra i più caldi di sempre – aggiunge – solo qualche giorno fa lo zero termico era a quota 4mila metri, una temperatura prettamente estiva più che autunnale. Una temperatura tra l’altro che non permetterebbe nemmeno di sparare la neve, visto che servono almeno zero gradi per far funzionare i cannoni. Quindi gli operatori dell’industria dello sci al momento invece di prendersela con il Covid dovrebbero, paradossalmente, forse ringraziarlo dal momento che potrebbero avere dei rimborsi dal Governo per una stagione che dato il clima sicuramente non può ancora partire”.

Continua Mercalli : “Una stagione, quella dello sci, che il cambiamento climatico in atto ha già drasticamente ridotto. Se una volta si poteva sciare da novembre a febbraio oggi ormai siamo a solo due mesi di innevamento, tra dicembre e febbraio. E la quota di innevamento è sempre più alta, ormai sopra i 1.800 metri. Sotto i 1,500 metri di altitudine si scia solo con neve artificiale. Con un uso impressionante di risorse idriche. (Il costo calcolato è di mezzo miliardo di euro a stagione solo per innevare le Alpi ndr).

L’anno in corso si candida a essere, ancora una volta, il più caldo di sempre. Manca ancora un mese quindi è prematuro dirlo e non amo gli annunci giornalistici di questo tipo ma è certamente probabile che il 2020 vada a rappresentare l’ennesimo record. Abbiamo tanti segnali ulteriori di come il pianeta risponda al surriscaldamento, come da 40 anni sappiamo e come da 40 anni diciamo.

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Assistiamo anche quest’anno a una serie di eventi estremi. Gli incendi devastanti in Australia di gennaio (sono passati solo pochi mesi ma ce ne siamo dimenticati), i peggiori di sempre. I roghi in California, anche lì mai cosi vasti e distruttivi.

La stagione degli uragani, mai così avanzata. Gli uragani vengono classificati con diversi nomi in ordine alfabetico e ormai si deve usare l’alfabeto greco per dargli un nome, il nostro è stato già esaurito quest’anno. Siamo a Iota, non è detto che sia ancora finita e siamo quasi a dicembre. C’è poi lo scioglimento del permafrost in Siberia che procede inesorabile. Non fa notizia, parliamo di territori enormi e disabitati che non vanno sulle prime pagine dei giornali. Ma il permafrost continua a sciogliersi e il rischio è che liberi enormi quantità di metano che darebbero ulteriore spinta all’effetto serra.

Insomma, per molti aspetti tutta quella attenzione a un radicale cambiamento di stili di vita e di modelli di consumo di cui si parlava in primavera durante la prima ondata Covid sembrano svaniti e fuori dal mirino. Si ragiona sulla ‘ripartenza’ esattamente con le caratteristiche che hanno portato alla devastazione del pianeta. L’unico elemento che vedo possa resistere e che forse abbiamo davvero imparato è il lavoro agile, smart working o telelavoro come vogliamo chiamarlo. Se prima del Covid erano mezzo milione di persone a praticarlo in Italia oggi siamo a 8 milioni. Anche le imprese hanno capito che è conveniente, perché risparmiano. E sicuramente l’ambiente ne trae vantaggio, riduce gli spostamenti e i consumi. Qualcosa, almeno su questo fronte, resterà e non potremmo tornare alla casella di partenza”.