“Nulla sarà più come prima”. Lo sentiamo dire da mesi, da quando è iniziata questa maledetta pandemia.

È probabilmente vero almeno in parte, quantomeno rispetto agli effetti di medio e lungo periodo su economie locali e strategie finanziarie transnazionali ma la ‘rivoluzione’ post Covid19 non implica affatto ribaltamenti radicali dei modelli di sviluppo o dei rapporti di forze. Anzi. I grandi ‘asset’ economici stanno già prendendo le misure per rafforzarsi ulteriormente sul mercato globale. E come spesso è accaduto nella storia anche questa volta è l’industria bellica e militare quella che meglio di altre è capace di guardare al futuro.

Secondo l’ultimo rapporto di  Stockholm International Peace Research Institute , l’istituto indipendente sulla fabbricazione e il commercio di armi e sistemi di difesa più accreditato al mondo, il 2019 ha visto un ulteriore balzo in avanti dell’industria delle armi globale segnando una crescita dell’8,5% per cento e un giro di affari che segna un +361 miliardi di dollari solo per le 25 aziende più importanti.  Le aziende statunitensi continuano a dominare, il Medio Oriente è rappresentato per la prima volta nella top 25. Nel 2019 le prime cinque compagnie di armi avevano tutte sede negli Stati Uniti: Lockheed Martin, Boeing, Northrop Grumman, Raytheon e General Dynamics. Questi cinque insieme hanno registrato 166 miliardi di dollari di vendite annuali di armi. In totale, 12 società statunitensi figurano tra le prime 25 per il 2019, rappresentando il 61% delle vendite complessive di armi delle prime 25.

Diciannove delle prime 25 società di armi hanno aumentato le vendite di armi nel 2019 rispetto al 2018. Il più grande aumento assoluto delle entrate di armi è stato registrato da Lockheed Martin: 5,1 miliardi di dollari, pari all’11% in termini reali. Il più grande aumento percentuale nelle vendite annuali di armi – 105% – è stato segnalato dal produttore francese Dassault Aviation Group. “Un forte aumento delle consegne di esportazione di aerei da combattimento Rafale ha spinto per la prima volta Dassault Aviation tra le prime 25 compagnie di armi”, afferma Lucie Béraud-Sudreau, direttrice del programma SIPRI Arms and Military Expenditure.

La top 25 include anche quattro società cinesi. Tre sono tra i primi 10: Aviation Industry Corporation of China (AVIC; classificato 6 °), China Electronics Technology Group Corporation (CETC; classificato 8 °) e China North Industries Group Corporation (NORINCO; classificato 9 °). I ricavi combinati delle quattro società cinesi tra le prime 25, che includono anche China South Industries Group Corporation (CSGC, al 24 ° posto), sono aumentati del 4,8% tra il 2018 e il 2019

Il rapporto esamina anche la presenza internazionale delle 15 maggiori società di armi nel 2019. Queste società sono presenti in un totale di 49 paesi, attraverso sussidiarie di maggioranza, joint venture e strutture di ricerca. 

Con una presenza globale in 24 paesi ciascuna, Thales e Airbus sono le due società più internazionalizzate, seguite da vicino da Boeing (21 paesi), Leonardo (21 paesi) e Lockheed Martin (19 paesi).

Leonardo non se la cava affatto male nemmeno nella classifica generale piazzandosi al 12esimo posto nel mondo.

Qui il rapporto completo

Ma, appunto, l’industria bellica guarda avanti, al mondo che sarà domani e che nel campo militare si traduce in ‘intelligenza artificiale’.

Gli scenari del futuro sono molto più concreti e attuali di quanto si creda.

L’ultima guerra del Nagorno-Karabakh di questo autunno 2020 (si stimano almeno 5mila vittime tra militari e civili) ha segnato una tappa importante: il confronto tra due eserciti convenzionali è stato deciso, per la prima volta, dai droni. Droni fatti decollare dall’Azerbaigian che hanno distrutto cento tank, almeno 200 cannoni o lanciarazzi, 26 sistemi antiaerei. Ne ha dato notizia il giornalista di El Pais Andrés Mourenza che ha indicato nell’industria turca l’origine della maggioranza dei droni azeri: la Baykar di Selçuk Bayraktar, genero del presidente Erdogan, specializzata nell’intelligenza artificiale e nei droni applicati alla guerra.

Secondo la Ong britannica DroneWars, la Baykar vende alle Forze Armate del suocero, del Qatar e della Tunisia oltre a fazioni filo-turche in Siria e in Libia. Con l’exploit in Nagorno-Karabakh, Erdogan e il genero sperano di rosicchiare quote nel mercato bellico a Stati Uniti, Russia e Cina.

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Il best seller dei droni turchi (TB2) costa 5 milioni. Per un caccia americano F35 ce ne vogliono 80. Spendendo meno che per un singolo F35, quindi, l’Azerbaijan si è procurato un’intera aviazione telecomandata capace di sbaragliare chi aveva mantenuto le posizioni per quasi trent’anni.

Ma i droni sono già superati, la scommessa è sui LAWS (lethal autonomous weapon systems), sugli AWS (autonomous weapon systems), sui sistemi di attacco o difesa capaci di ‘pensare da soli’.

Per saperne di più

Gli appelli degli scienziati di tutto il mondo per fermare queste ricerche o almeno regolamentarle si susseguono, da anni, senza successo

In Italia ci fu addirittura un dibattito in Parlamento nel (lontanissimo) 2017 promosso dal deputato Stefano Signorelli.

La pandemia Covid19 ha fermato il confronto pubblico su questi temi, non la ricerca militare in questi campi che divora molte più risorse economiche e finanziarie rispetto al ripensamento dei servizi sanitari nazionali. Basti il fatto che anche per il nostro paese l’investimento militare previsto per il prossimo anno è di 6 miliardi di euro mentre ancora non c’è traccia di un piano sanitario nazionale territoriale. Sul primo si è già deciso, sul secondo si ragiona ancora in astratto.

Intanto l’industria bellica, appunto, guarda avanti. Molto più avanti.

Perché la conditio-sine-qua-non per lo sviluppo di queste tecnologie è in primo luogo il controllo e lo sviluppo dello spettro elettromagnetico. Un video della NASA per un’introduzione generale. 

Ma in termini militari la questione è decisamente più delicata perché la precisione dei GPS, dei comandi a distanza, del controllo dello ‘spettro’ è cruciale.

Si parla di ‘electric warfare’, guerra elettronica. E che non sia un ragionamento teorico lo si capisce bene guardando alla prossima fiera mondiale sul tema che si terrà in Andalusia, a Fibes, vicino Siviglia.

Qui, a fine maggio, è prevista “Electronic Warfare Europe”. Era stata originariamente programmata a Liverpool ma i cittadini si sono ribellati e dopo aver raccolto oltre 40mila firme per chiedere al Sindaco di vietare l’utilizzo di un edificio pubblico per ospitare l’evento l’hanno spuntata. Anche in Spagna il movimento pacifista si sta mobilitando ma l’appuntamento è al momento confermato. A organizzare la Fiera è AOC, Association of Old Crows, l’Associazione dei Vecchi Corvi.

Il nome “corvo” è emerso dal primo uso su larga scala della guerra elettronica durante la battaglia d’Inghilterra della Seconda Guerra Mondiale e dai bombardamenti USA / Alleati sull’Europa. Gli operatori delle contromisure radar alleate usavano il nome in codice “corvi” e impiegavano ricevitori e trasmettitori per monitorare e disturbare le frequenze dalle minacce. Da quel momento, la difesa dello spettro elettromagnetico (EMS) è stata affidata a “corvi” in ogni settore, dagli eserciti ai governi, dalle industrie alle università. Una lobby che conta oltre 14mila affiliati in tutto il mondo. L’ultima conferenza si è svolta a Stoccolma nel 2019, qui la brochure per saperne di più. https://cdn.asp.events/CLIENT_Clarion__96F66098_5056_B733_492B7F3A0E159DC7/sites/EWEurope-2020/media/AOCEWE_2019_ShowReport.pdf

Chi sono esattamente ‘ I Vecchi Corvi”? Alla prossima puntata…