Pier Paolo Pasolini, i suoi ragazzi di vita, le borgate romane. Ritratto duro e rigoroso di diseredati dei quartieri-ghetto della capitale. Truci, brutti e cattivi, all’apparenza. Ma descritti dal grande furlano con pennellate capaci di rivelare la complessità di quella “gioventù violenta”. Erano gli anni Cinquanta (il libro fu pubblicato nel 1955) e tanta acqua è passata sotto ai ponti, però le immagini e le cronache della mega rissa sulla terrazza del Pincio di sabato scorso richiamano le pagine pasoliniane su quei “ragazzi di vita”. Oggi non si prostituiscono, vanno invece in giro tatuati e vestiti con tute da ginnastica firmate (spesso tarocche), ascoltano la trap, scopiazzano le logiche gangsteristiche delle pandillas salvadoregne, furoreggiano su Instagram e al grido dialettale romanesco di “vedemose e menamose” si danno appuntamenti per picchiarsi di santa ragione. Perché lo facciano (vendetta? Noia esistenziale? Logiche da fight club?) è analisi che lascio a sociologi e studiosi di psicopatologia. Io invece torno a PPP e spero che presto ci sia un nuovo Pasolini capace di raccontarci con la stessa perizia questa “gioventù violenta” fuor di macchietta e di stereotipi.