È stato arrestato dieci mesi fa, il 7 febbraio. Aveva appena rimesso piede in Egitto, casa sua, di ritorno dall’università di Bologna dove studia(va) con il programma Erasmus.

È Patrick George Michael Zaki Suleman, ha 29 anni ed è “solo” la vittima più conosciuta del regime guidato dall’ex generale Al Sisi. Perché di Zaki per fortuna sappiamo e da dieci mesi proviamo (senza grande successo, in realtà) a farlo tornare libero e almeno (in questo caso caso con successo) a non farlo uccidere dagli sgherri del rais. Come accadde invece a Giulio Regeni.

E come è accaduto con 1058 attivisti/ricercatori/militanti delle organizzazioni che si occupano di diritti civili morti nelle carceri egiziane dal 2013, da quando cioè l’ex capo delle Forze armate ha spodestato il presidente islamista Morsi e ha preso il potere al Cairo. Milleecinquantotto vittime di torture, per le quali nessuno ha mai pagato, come denuncia il rapporto dell’ong Committee for justice.

In cuor nostro speriamo che per Zaki la fine sia lieta e non funesta, che non sparisca anche lui in quel buco nero che ha inghiottito l’Egitto tutto nel segno della lotta all’islamismo radicale. E applaudiamo convinti Corrado Augias che stamani ha deciso di restituire la Legion d’onore, massima onorificenza francese, per protesta contro il presidente Macron che quell’onorificenza, alla chetichella, la settimana scorsa ha appuntato sul petto di Al Sisi.

In nome del business e della geopolitica, alla faccia dei diritti civili e umani.