Fra una settimana sarà un anno giusto giusto dalla morte di Adriano Trevisan.

È possibile che il nome vi dica poco, anche perché prima del 21 febbraio dello scorso anno, era solo un settantottenne come altri.

Tre figli, un po’ di nipoti e un passato da imprenditore edile, una biografia simile a tanti di Vo’ Euganeo.

È morto per via della frequentazione di uno dei bar del paese e non pensate male, perché a ucciderlo non è stata la briscola e neppure il bianchino, ma il coronavirus.

Adriano Trevisan forse non avrà l’onore dei libri di storia, ma se l’avesse, figurerebbe come il primo morto covid in Italia, il primo morto ufficiale.

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Un numero, quello delle vittime, che poi ha corso e ieri ha raggiunto quota 93.356, ma, sicuramente, tra una settimana, nella sostanziale indifferenza generale, supererà i 95 mila decessi ufficiali.

Ufficiali, tocca specificare, perché ormai è noto che in barba a ogni sistema e allerta di vigilanza epidemiologica, il SARS-CoV-2 in Italia era arrivato già nell’autunno del 2019. Quindi Adriano Trevisan, con rispetto parlando, non è che uno dei morti covid italiani, ché neppure sappiamo bene quanti sono.

O meglio, sappiamo che sono troppi. Sostanzialmente 9 mila al mese da quel febbraio 2020.

In una canzone del 1992, Giorgio Gaber cantava “Qualcuno era comunista perché lo Stato peggio che da noi, solo l’Uganda”.

In Uganda il covid19 se lo sono preso in 40.019 persone, i decessi, da inizio pandemia a ieri, sono stati 328. In Uganda.