Ventinove milioni di uomini, trenta milioni e mezzo le donne. È distribuita così la popolazione italiana.

E al di là dei numeri precisi all’unità, è abbastanza noto che nel Bel Paese le persone di sesso femminile sono più di quelle di sesso maschile, ma, per gli amanti delle statistiche, è bene sapere che è vero solo per gli ultra quarantenni.

Cioè, nella fascia 0-39 anni, gli uomini sono più del 50%. Questo perché, serie storiche alla mano, su 100 nati, 49 sono femmine. Poi via via, in seguito alla morte delle persone di sesso maschile, quelle di sesso femminile diventano maggioranza.

Con uno squilibrio che si fa sempre più marcato e che, negli ultra centenari, porta le donne oltre l’84% e gli uomini poco sopra il 15.

Restando all’Italia, tra i novantenni, il rapporto donne e uomini è 30 a 70. Gli ottantenni, 40 a 60. Settantenni, 45 a 55. Sessantenni, 48 a 52. Cinquantenni, 49 a 51. I quarantenni, sostanziale pareggio.

Ora, non sta scritto da nessuna parte che un uomo voti un uomo e viceversa una donna, una donna. Però non può che sorprendere che tra gli eletti al parlamento italiano, quello in carica, nella fascia sotto i 39 anni gli onorevoli sono 112 e le onorevoli 92, diciamo rispecchiando più o meno la composizione della popolazione per quella medesima fascia d’età.

Quando si va dai quarant’anni in su: 291 gli onorevoli, 135 le onorevoli.

Al senato, dove non entrano gli under 40, i senatori sono 207, le senatrici 112.

E restando a Palazzo Madama, non può non notarsi che la disparità tra uomini e donne si perpetua anche tra i senatori a vita, quelli di nomina presidenziale. Tra i sei, due sono donne: Elena Cattaneo e Liliana Segre.

Nella storia della Repubblica Italiana sono state in tutto quattro le senatrici a vita: Camilla Ravera, Rita Levi Montalcini e appunto Cattaneo e Segre. Gli uomini: 34.

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E se si resta alle serie storiche, val la pena di ricordare che sono stati 13 i governi, sui 67 che hanno giurato al Quirinale, che erano composti solo da uomini, sottosegretari compresi.

Nel 2018 è uscito un lavoro pubblicato dal Senato della Repubblica Italiana, dal titolo evocativo: “Parità vo cercando”. Un’analisi, a cura di Carmen Andreuccioli, Luca Borsi e Maria Frati, che presentando l’evoluzione nella composizione delle nostre camere legislative, sottolineava come nella diciottesima legislatura era stato battuto ogni precedente record.

A seguito del voto politico del 4 marzo 2018, le senatrici e le onorevoli erano arrivate, sottolineavano le e gli studiosi, finalmente a pesare il 35% del corpo parlamentare. 35 ogni 100 “on.” e “sen.”.

Nella prima legislatura, quella del 1948, la prima con le elettrici, le elette erano state 5%.

Più 30% in 70 anni. A ognuno le proprie valutazioni, che forse cal la pena di arricchire con un altro dato: le regioni nelle quali sono state percentualmente elette più parlamentari donne sono Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Umbria, Lazio, Campania, Calabria e Sicilia. È qui e soltanto qui che su 10 eletti, solo sei sono uomini. Nel resto del Paese, il rapporto è più marcatamente pro maschi.

Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Maria De Unterrichter Jervolino, Filomena Delli Castelli, Maria Federici, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Leonilde Jotti, Teresa Mattei, Angelina Livia Merlin, An- giola Minella, Rita Montagnana Togliatti, Maria Nicotra Fiorini, Teresa Noce Longo, Ottavia Penna Buscemi, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi e Vittoria Titomanlio, sono le 21 donne che fecero parte della Assemblea Costituente della Repubblica Italiana. I costituenti uomini furono 535, cioè le persone di sesso maschile pesavano il 96% del totale dei seggi.

Le madri e i padri della Carta Costituzionale ci regalarono 139 articoli, il numero 3 recita così:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Il governo Draghi, con le sue 8 ministre su 23, ci dimostra che la Repubblica ha fatto un po’ di strada, ma che ne resta davvero un bel po’ da fare.