C’è un sottoinsieme tra i morti di covid, coloro che hanno perso la vita per essersi ammalati sul luogo di lavoro.

Quanti, come e perché? meglio lasciare stare.

I dati ci sono ma, per dirla con un eufemismo, appaiono un tantino sottostimati.

Dal fatidico febbraio 2020, infatti, l’Inail, l’Istituto Nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, dice che gli infettati in fabbrica, ufficio, scuola o ospedali, sono stati 147.875 o per lo meno le denunce sono queste.

In Italia da inizio pandemia, si sono infettati e hanno fatto un tampone risultato positivo 2.765.412 persone, di queste, parrebbe, il 5% si sia ammalato suo luogo di lavoro.

In Italia da inizio pandemia sono morti per covid 94.887 donne e uomini, di questi, si erano infettati al lavoro, 461.

In Italia il 3,4% delle persone risultate positive è deceduto, ma, tra quanti si sono infettati sul lavoro, hanno perso la vita lo 0,3%.

In Italia i morti covid sul lavoro, sono lo 0,5% del totale delle donne e degli uomini che in questa pandemia hanno perso la vita.

Tutti questi dati si possono tradurre diversamente, cioè puntate il faro dall’altra parte. Così emergerà che in Italia il 99,5% dei deceduti covid non si è preso il virus sul luogo di lavoro. Così emergerà che il 95% di quanti si sono ammalati di coronavirus, non si è ammalato in fabbrica o in ufficio.

PUBBLICITÀ

Sorge spontanea la domanda: ma quindi dove se lo sono presi il covid che lì ha ammalati e, in alcuni casi, uccisi.

All’Inail devono aver fatto i nostri medesimi pensieri e la conclusione finale deve essere stata del tutto simile alla nostra: qualcosa non torna.

A introduzione di questo 13esino rapporto pubblicato solo alcune ore fa, l’Istituto Nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, quindi ha inserito un po’ di considerazioni e frasi che spiegano che i dati sono quelli delle denunce presentate, che la fascia di popolazione più colpita dal covid è quella delle non più in età lavorativa, che nei dati non ci sono delle categorie mediche, i medici di famiglia, per esempio.

Però, è evidente che anche così, questi numeri sembrano di difficile interpretazione e giustificazione.

Possibile che tutti si siano ammalati tra le mura di casa, andando a far la spesa, ubriacandosi di movida? La domanda è retorica, anche perché, la sola risposta, può essere che quelli finiti nel rapporto sono i dati che riguardano solo e soltanto le denunce presentate e che, evidentemente, nella loro parzialità una sola cosa dicono: al lavoro ci si è ammalati di covid e si è pure morti, per questo.

Anche qui, per tradurla facile, nonostante mascherine, protocolli e regolamenti, ci sono persone che sono morte per essere andate a lavorare, che si sono infettate e che, poi sono diventate, loro malgrado, “untori” alimentando la catena del contagio.

La metà di loro sono persone che lavoravano in ospedale o in strutture di assistenza. Gli altri sono impiegati, muratori, insegnanti, venditori, commessi, taxisti e autisti, addetti alla sicurezza, agenti di polizia, militari.

Si può morire di lavoro? Si e non è una novità nel nostro Paese. La pandemia SARS-CoV-2 ha aggiunto solo un motivo in più per farsi uccidere per l’esigenza di portare a casa uno stipendio.

Sono morti di covid dicono le statistiche Inail, che, forse per pudore, non hanno inserito il PIL tra le vere cause di morte, un male, l’esigenza economica di far crescere, di tutelare a tutti i costi il Prodotto Interno Lordo, virus per il quale non è stato trovato nessun valido vaccino nonostante uccida, in fondo, da ogni tempo.