Ai miei tempi c’era una sorta di maledizione della protesta studentesca: qualsiasi fosse il tema, riforma della scuola o pace in qualche parte del mondo, si arrivava a stento a Natale e poi tutto finiva.

Il segnale del “si rompono i ranghi” era dato dalla settimana di occupazioni o autogestioni, finite quelle, finito tutto o per lo meno i tentativi di rivoluzione.

E guardate che, anche se sembra ironico, ironico non lo sono affatto: se non avessimo creduto a una qualche rivoluzione col cavolo che avremmo volantinato, manifestato e via discorrendo.

Ovviamente c’era la narrazione che descriveva il “movimento”, cui i giornalisti davano di volta in volta un nome neanche fosse un’influenza stagionale, come un gruppo di scioperati e scansafatiche: la verità è che noi “giovani”, rigorosamente scritto con tante “g” quanto se ne riescono a pronunciare, ci credevamo davvero.

Ovviamente mi sto riferendo alle scuole medie superiori, che poi fossero licei o tecnici o professionali, poco interessava. “Studenti medi” ci si chiamava senza spocchia classista o snobista.

È stato il covid a resuscitare i “liceali”, che, sempre in quei lontani anni novanta, erano di gran lunga la minoranza. Per tot licei, c’erano di gran lunga più istituti tecnici o scuole professionali e, normalmente, in tema di rivendicazioni studentesche, erano proprio i secondi, quello più “popolari” ad avere i maggiori problemi strutturali, nel senso di scuole nelle quali pioveva dentro.

Con il 2020 le cronache e anche tutte le esternazioni politiche anti-dad si sono riempite del termine liceali, con una sorta di sineddoche, quella figura retorica di indicare la parte per il tutto. “Tetti” per indicare “case”. “Pidocchi” per indicare “parassiti”. “Liceali” per indicare, appunto, tutti gli studenti delle scuole superiori.

Sennonché a questo giro “liceali” ha pure ricompreso, e di questo non ho memoria “nei tempi che furono”, anche rispettive mamme, papà, insegnanti e talvolta pure presidi.

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Il “movimento anti Dad” è così diventato intergenerazionale, quindi per la prima volta abbiamo visto uffici stampa professionali, portavoce adulti, presidi che esternavano sui quotidiani, con sponda politica di Azzolina, ministro di lotta e di governo, Miozzo, Cts di lotta e di governo, e Matteo Renzi, che preparava la caduta del governo.

Ma nonostante il “salto di qualità”, la “maledizione del movimento studentesco” pare sia valsa anche in quest’anno scolastico, con le occupazioni tutto si è apparentemente sopito.

Qualche maligno ha anche identificato nella caduta del governo Conte due, la fine del “movimento anti dad”, cavallo di battaglia della propaganda di Italia Viva.

Nel frattempo, i “liceali” continuano ad alternarsi tra dad e presenza, con Mario Draghi che, nel suo discorso di investitura, ha auspicato la scuola in presenza, ha annunciato l’allungamento del calendario scolastico, ha, nei fatti e nelle parole, sdoganato la didattica a distanza finché il ritorno in aula in sicurezza non sarà possibile.

Purtroppo, seppur al 50%, la
dad non è l’unica cosa che è rimasta lì, anche la pandemia non si è mossa per nulla. I morti, anche quelli ufficiali, sono ormai arrivati a 100 mila, ma quel che è peggio il virus ha ricominciato a guadagnare terreno e, così, nei confini settentrionali della città di Milano sono i rappresentanti sindacali della scuola, davanti a classi già dimezzate da positivi e quarantene, a chiedere: “cosa aspettate a chiuderci?”.

La cronaca ci dice che in Lombardia sono tornate a crescere terapie intensive e ricoveri. Brescia pare essere la grande malata a questo giro, che ancora non si sa se chiamare terza ondata.

Nelle prime due le prime curve a crescere erano quelle dei “liceali”, questa volta, chissà.