C’è chi dice una, chi scommette su due: fra quante settimane richiuderanno le scuole a Milano, a Brescia, in Lombardia o in altre regioni? Fra quanto la dad a corrente alternata verrà sostituita da quella a corrente continua?

Nella nostra modern family, con tutti i nostri figli, copriamo un po’ di ordini e gradi, poi ci sono le amiche e gli amici insegnati e così finisce che al bollettino della protezione civile delle 17, se ne aggiunge quasi quotidianamente un altro informale, quello del tam tam delle chat di classe e delle telefonate.

“Tedesco e italiano ammalate, una delle due ha 39”. A studentesse e a studenti assenti, ai quali un po’ ci siamo abituati, si sono aggiunte le professoresse e i professori. Anche per loro il girone dei tamponi.

Le cose, c’è da dire, sono cambiate un po’ nei mesi. Mi ricordo il primo tampone di uno dei nostri ragazzi ad anno scolastico appena iniziato. Il risultato che non arrivava mai, le procedure di identificazione che andavano e non andavano, la quarantena infinita tra le mura di casa.

Ora non è più così, l’ultima “gita” per indagare eventuale positività dei più grandi è solo dello scorso fine settimana. Risultato subito lì sul posto.

Le e i docenti per ora non erano ancora stati toccati, i “nostri” si intende. Ricordo l’intervento qualche mese fa dell’onorevole Rossano Sasso, componente leghista in Commissione Cultura, che diceva che sapeva della morte di docenti e chiedeva a Agostino Miozzo del CTS di avere il numero preciso degli insegnanti uccisi dal covid. La risposta fu che il dato non era disponibile. Scena muta, insomma. Se fosse stata un’interrogazione a scuola e non in una commissione della Camera dei Deputati, sarebbe stata da 2 sul registro.

Un ministro dell’istruzione fa, era Lucia Azzolina, ci fu un primo comunicato ottobrino che tutto andava bene, poi non ne seguirono altri: i dati nazionali scomparvero e ancora oggi sono lettera muta.

Restano i dati locali. “Negli istituti scolastici osserviamo un trend in crescita che, come avvenuto nella seconda ondata, anticipa quello della popolazione generale. Nelle scuole infatti in una settimana i contagi sono aumentati del 33 per cento”, così poco fa Walter Bergamaschi, direttore generale dell’Agenzia per la tutela della Salute di Milano

Resta il tam tam delle chat di classe. Il vero solo termometro in tempo reale, anzi barometro: il nostro da un po’ è su “variabile” è ormai sta andando su “pioggia”.

Una “pioggia” che per i più è sinonimo della seccatura della sospensione della scuola in presenza, perché si sa che per allievi e studenti il rischio vita di questo virus è pressoché nullo.

Così però non è per i lavoratori della scuola, docenti e non docenti. Un’insegnante un po’ di mesi fa mi ha detto con gli occhi lucidi: “ho paura, i miei bambini sono piccoli”. E per “i miei bambini” intendeva, ovviamente, allieve e allievi. E per “piccoli” intendeva così piccoli che mascherine e distanze sono ipotesi.

A oggi lei non si è ammalata, una bidella, come si diceva quando ero giovane io, è invece morta. È morta di scuola in presenza o di covid, se preferite.