Non so se sia vero che la frase “dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna” sia di Virginia Wolf e non so neppure se sia una sua modernissima traduzione, come dicono, del classicissimo “dotata animi mulier virum regit”, detto latino che letteralmente sarebbe da tradurre con “Una donna dotata di coraggio sostiene il marito”.

Comunque sia questo proverbio deve piacere molto nei palazzi romani dove le donne continuano a essere messe ben dietro.

È noto che si attendeva, dopo i 15 ministri uomini e le 8 ministre donne, di vedere come sarebbero stati distribuiti i 39 sottosegretari.

È andata così: 20 uomini e 19 donne. Se non si tira la linea del totale, potremmo dire equilibrio, se la si tira, dobbiamo, senza tema di smentita, definire macho il governo di Mario Draghi. 35 a 27.

Lo so, lo so, che in tanti, in tanti e tante, state masticando “che palle queste cose delle quote rosa” o frasi analoghe. Così come so che tante e tanti state bollando questa attenzione alla parità di genere a una sorta di pruderie femminista, invece non è così.

L’Italia a trazione, gestione, insomma, quella nella quale il potere lo detengono saldamente gli uomini è più debole e, più di tutti, è il professor Draghi che dovrebbe saperlo. Già perché proprio il settore economico è quello dove il fenomeno della disparità di genere e delle relative conseguenze è stato studiato di più.

Siamo infatti ormai al quinto rapporto McKinsey dal titolo “Women in the Workplace” e il risultato è sempre analogo: le società dove c’è parità nei ruoli apicali hanno un 21% in più di possibilità di generare un maggior reddito operativo e un 27% in più di creare valore aggiunto nel lungo periodo.

Ciò nonostante c’è un imbuto che vale solo per le donne, quello che negli USA chiamano “glass ceiling” che fa si che per gli uomini far carriera sia più facile.

In particolare in una media azienda la base lavorativa è equamente divisa, ma a ogni gradino di carriera si perde qualche donna, così via via fino al gradino più alto nel quale la componente femminile si ferma al 21%.

Un problema di competenza, si è pensato, quando invece era solo di pregiudizio. Per completare lo studio intitolato “Interventions That Affect Gender Bias in Hiring: A Systematic Review”, Carol Isaac, Barbara Lee e Molly Carnes hanno spedito identici curriculum presentandoli di volta in volta come di un uomo o di una donna. I valutatori, al di là del loro sesso, hanno sempre ritenuto gli uomini come più competenti. Capito? Stesso cv, solo firmato da Mario o da Maria.

È evidente che non si diventa ministri e neppure sottosegretari per curriculum vitae o per competenza e, basta guardarne la cencelliana composizione, per capire che anche per questo esecutivo è andata così.

Personalmente non credo neppure che ci sia una conventio ad excludendum a danno delle donne, penso che sia semplicemente il potere che perpetua se stesso.

C’è un acronimo che spesso si sente ripetere negli Stati Uniti: wasp. White Anglo-Saxon Protestant, tradotto suona Bianco Anglo-sassone e Protestante. È la carta d’identità del potere conservatore.

Per italianizzarlo si potrebbe immaginare Uomo Bianco Italiano Cattolico, UBIC che per suono ricorda uno scritto di Philip Dick che, infondo, calza a pennello: “Io sono Ubik. Prima che l’universo fosse, io ero. Ho creato i soli. Ho creato i mondi. Ho creato le forme di vita e i luoghi che esse abitano; io le muovo nel luogo che più mi aggrada. Vanno dove dico io, fanno ciò che io comando. Io sono il verbo e il mio nome non è mai pronunciato, il nome che nessuno conosce. Mi chiamo Ubik, ma non è il mio nome. Io sono e sarò in eterno”.