Ha l’età di mio figlio più piccolo la ragazzina di 11 anni che da qualche ora è in rianimazione pediatrica ed è stata intubata per le complicazioni dovute al covid.

Una studentessa di una prima media inferiore, a Bologna.

La notizia l’ha diffusa la Repubblica nelle sue pagine emiliane e come tutti, genitori e non, ma genitori di coetanei a maggior ragione, ho pagato per leggere tutto.

Non è vero, ho pagato per leggere che non era vero. Ho cercato la malattia pregressa, ho cercato la smentita, la correzione. Ho sperato che il titolo “Coronavirus Bologna: a 11 anni è in rianimazione al Sant’Orsola” fosse una forzatura, uno specchietto per indurmi alla lettura, al click, a tirare fuori soldi.

Invece nell’articolo a firma di Eleonora Capelli si trovano solo
conferme.

Una ragazzina come mio figlio va a scuola. Si infetta di covid, poi peggiora e ora è in una rianimazione pediatrica.

Non so se sia uno degli effetti della variante inglese e, sinceramente, me ne frega anche poco.

Quello che so è che anche un solo ragazzino è uno di troppo.

Non oso immaginare il terrore di una bambina che finisce in rianimazione, che viene intubata, ed è semplicemente straziante pensare al dolore e al senso di impotenza dei suoi genitori.

In virus è tornato a galoppare, a quanto sembra, non colpisce più diro solo “i vecchi”, non colpisce duro solo gli ultra quarantenni e letalmente ottantenni. Adesso anche i bambini finiscono in rianimazione.

Finora accadeva solo ai ragazzini con patologie pregresse e malattie croniche, cuccioli che, essendo alcuni anche deceduti, sono stati spesso trattati nella narrazione collettiva come degli sfortunati predestinati, sono rientrati nei sacrificabili, né più né meno degli ultra ottantenni. Quelli che “se non li uccideva il covid, a prendergli la vita sarebbero bastata un’altra malattia cronicizzata”.

Il tempo, quel tempo disumano e cinico, è finito.