E io che mi credevo chissà che cosa. Tutto è partito dal fatto che leggendo il giornale su due testate differenti e su temi sideralmente distanti, la moda e i morti in Birmania, mi ritrovassi, addirittura nel titolo, la locuzione “generazione z”.

“Z come cosa?”, mi sono chiesto? E nel chiedermelo ho iniziato a pensare a tutte le parole qualificanti una generazione, che poi è quella di tutti i minorenni di casa, tutti i nati post 2000.

In Italiano la voce “z” di un comune vocabolario non comprende tantissime parole, diciamo che riesce a battere solo “q” e “h”.

Non so se sia vero che nella lingua di Dante più o meno i termini che iniziano con l’ultima lettera dell’alfabeto siano un intorno di 600: comunque, dopo “zuzzurellone”, mi sono arreso, anche perché la sola alternativa che mi ero figurato era “zabaione”, che neppure piace a tutti i “piccoli” di casa.

Deluso, mi sono rifugiato nell’ignoranza linguistica. Il pensiero facile è stato: la parola che si nasconde dietro quella “z” è in una lingua che non conosco o non conosco abbastanza bene.

Facendo due ricerche ho scoperto così che il nome arriverebbe dritto dritto da un concorso del 2012 di USA Today, il quotidiano pare infatti che, poco meno di 10 anni fa, abbia chiesto come chiamare la generazione dopo quella dei così detti “millenials”, quelli arrivati maggiorenni al nuovo millennio. I lettori statunitensi avevano decretato “generazione z”, con il tempo diventata “genZ”.

Questa risposta svela il quando, più che il come. In parole povere non mi aveva dato una grande soddisfazione. Poi mi sono imbattuto nella seguente definizione: “la generazione z è quella che segue la generazione y, altrimenti detta dei millenials”.

“Elementare Watson”, avrebbe detto il buon Sherlock Holmes, tanto quanto la “y”, nell’alfabeto, segue la “x”, che poi sarebbe la mia generazione, quella ampia che va dai nati del 1965 a quelli del 1980.

Sennonché, e non lo scrivo con nessuna prosopopea da conflitto intergenerazionale, la “nostra” X, di noi che ormai stiamo tra i 41 e 56 anni, non ce la siamo presa mica dall’alfabeto.

La “x” non era una lettera, era una croce. Come quella che si fa per cancellare. “Croce sopra”, insomma. La generazione da dimenticare. Quella nata successivamente a quella dei baby boomers, i ricostruttori, loro, post seconda guerra mondiale: coloro i quali, per esempio, hanno fatto l’Italia, appunto, del boom economico.

Noi, “generazione x”, invece passiamo per essere il contrario, l’esatto contrario.

I primi a usare questa definizione sarebbero stati Charles Hamblett e Jane Deverson nel loro “Generarion X”, dato alle stampe nel 1964 per la casa editrice Tandem Books.

“Dormono insieme prima del matrimonio, non credono in Dio, disprezzano la Regina e non rispettano i genitori”, questa la “lusinghiera” definizione dei due ricercatori inglesi, affibbiata a noi “x”.

Nel complesso, lo studio ci qualifica, come coloro che “rifiutano i valori della generazione precedente, nichilisti, una generazione perduta, inutile per la propria società”. Autostima a mille, insomma.

Detto questo, la “generazione x”, non è quella che viene dopo, che so, la “generazione w”. Mentre quelle appresso, semplicemente, seguono l’alfabeto.

La “z”, quella di coloro che sono da poco maggiorenni, ha già dei successori, ben definiti anagraficamente, cioè i nati post 2010. Avrebbero già un nome: “generazione alpha”, perché, finito il nostro alfabeto, l’opzione è caduta su quello greco antico.

Se tanto mi dà tanto, con il 2020 abbiamo visto i primi nati della “generazione beta”, mentre la “gamma” è lì lì che scalda i motori.

La sola consolazione è che forse, senza neanche farlo apposta, usando tutte queste lettere per identificare generazioni, abbiamo trovato una risposta alla domanda che Charles Dickens si poneva nei Posthumous Papers of the Pickwick Club: “Che poi valga la pena di passar tanti guai per imparar così poco? Chiese il ragazzo quando fu arrivato in fondo all’alfabeto”.