“I miei piccoli untori, li chiamiamo così quei piccoli bastardi” e lo dice con quella tenerezza che ci metto io quando parlo dei miei figli e, potrebbe essere, che abbia anche detto “piccoli bastardi”, qualche volta.

Le insegnanti spesso sono così, quando te le trovi davanti, tutte d’un pezzo, valutazioni, giudizi e “studia, ma potrebbe applicarsi di più”. Poi, quando nessuno le guarda, zac, eccole che si trasformano in un misto tra zie, mamme, sorelle maggiori e gli insegnanti uomini, se possibile, riescono pure a essere “peggiori”.

Avrà tra i trenta e i quaranta, è seduta a un tavolino all’aperto, abbastanza distante dal nostro come prescritto dalle regole anti-contagio, ma sufficientemente vicino, con il suo vocione da “oggi chi interroghiamo? Vediamo… vediamo…”, che riusciamo a seguire l’evoluzione del suo pranzo.

Che poi, in realtà, è un aperitivo lungo, un appe-pranzo, ammesso esista la categoria. È sabato, l’ultimo pre zona arancione in una Milano che sa di primavera.

La via, è la nostra via, casa, si può dire. Per l’insegnante, che scopriamo essere di inglese delle medie, è un’appendice di scuola.

Passa una sua amica, conoscente, forse mamma di uno studente che fu, si ferma. Si siede al suo tavolo. E quando si sta abbassando la mascherina, lei, l’anglofona, la ferma. Non ammette che le si disubbidisca. Proprio come fosse tra i banchi, impone l’uso della mascherina.

“Sono a rischio”, dice e aggiunge quella frase d’amore: “i miei piccoli untori”. Ed è in quell’istante che, se non l’hai mai fatto, ti rendi conto che tanti mestieri, fino a ieri esenti di pericoli cogenti, siano diventati rischiosi per i lavoratori, tra questi quelle e quelli che fanno la o il docente, la maestra o il maestro, la o il professore, ma anche la o il bidello, in generale fanno parte del personale scolastico.

Fino a un anno fa rischiavano di slogarsi un dito con il gessetto e ora si giocano la vita alla roulette russa di covid e varianti.

“Il ritorno all’attività didattica in presenza dopo le vacanze di Natale sta veicolando l’attuale aumento della diffusione dell’epidemia di SarsCov2 in Italia” e se lo dice il matematico Giovanni Sebastiani del Cnr-Iac, c’è solo da mettersi ad ascoltare. “È importante – aggiunge poi – interrompere quanto prima l’attività didattica in presenza in tutte le scuole, indipendentemente dalla fascia d’età, e nelle università“.

Dei nostri quattro, il più piccolo non ha mai interrotto, prima media. La grande e il grande, che fanno due licei diversi, hanno due modelli di frequenza differenti. Lei alterna una settimana si e una no, lui alterna invece i giorni, uno in presenza, l’altro in dad.

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La piccola, quella che il prossimo anno inizia il classico, è a casa da lunedì. Una compagna è risultata positiva e quindi, come era già capitato ai due grandi, quarantena domestica.

In pratica è costretta nella sua stanza, un bagno a sua disposizione. Noi facciamo parte di quelli fortunati. Lo spazio lo abbiamo, la banda internet è buona. Siamo dei privilegiati, lo sappiamo, e questo ci permette, per esempio, in questo frangente di goderci, invece che patire, le conseguenze della didattica a distanza.

I figli a casa che li senti seguire le lezioni dietro la porta che di solito ti divide dalle loro canzoni, dalle loro videochiamate tra amici e dai colpi di ogni arma da fuoco presente, passata e futura dei loro videogiochi. Beh, è emozionante sentirli a lezione, una dimensione di solito preclusa. Lasciamo perdere la trepidazione del compito in classe o dell’interrogazione.

“Questa la sa, questa la sa, questa non la sa”. Quando la grande, lo scorso anno, ha fatto l’esame di terza media, abbiamo consumato il pavimento come fuori dalla sala parto e forse ho pure appoggiato un bicchiere sulla porta. Il grande ormai è abbastanza avanti, che più che tematiche e argomenti, tentiamo di sondare il tono per sapere come sta andando.

Per due settimane, il coro casalingo di “si prof”, ha una voce in più.

Quando si è saputo della compagna malata, accertato che non fosse finita in ospedale, ammetto che il pensiero è stato di sollievo. Starà a casa, non andrà a scuola.

Quando le classi, banchi a rotelle o meno, vennero riaperte, si aprì un dibattito tra i genitori. Il tema era che tanti non volevano che i figli tornassero a scuola. Era considerato pericoloso e insensato.

Ci spiegarono, facendo eco a Giuseppe Conte, Lucia Azzolina e Agostino Miozzo, che la scuola era sicura e soprattutto che si chiama scuola dell’obbligo.

Oggi, numeri alla mano, sappiamo che se le classi, almeno nella nostra città, nella nostra Lombardia, fossero rimaste vuote, sarebbe stato meglio. Sappiamo che le nostre e i nostri figli sono stati dei “piccoli untori bastardi”. Sappiamo che, con il sorriso e la spensieratezza sotto la mascherina, hanno contribuito alla morte di 20 mila persone. Sappiamo che a inizio gennaio i decessi erano arrivati a 77 mila, oggi sono a 97 mila. Sappiamo che il totale dei contagiati era di un milione e mezzo, oggi è di due milioni e mezzo. Sappiamo che le curve erano addomesticate e ora di nuovo in crescita. Sappiamo che, purtroppo, la quarantena dura solo 14 giorni.