Devono essere tutti in borghese vigili urbani, agenti di polizia, dei carabinieri e della guardia di finanza, perché nella decina di chilometri che percorro nella Milano vestita di arancione scuro, non ne incontro nessuno o, almeno, nessuno in divisa.

Anche se, il dubbio, è che proprio non ce ne siano, perché, viceversa, più che chiudere un occhio, starebbero chiudendone almeno due.

Bar e pub propongono la loro versione “out door”, per dirla in inglese, “en plain air”, per dirla in francese, sul marciapiede per dirla in italiano.

Caffè in mano, birra in mano, cocktail in mano, panino in mano, pizzetta in mano, qualsiasi cosa in mano e la mascherina ovviamente giù. Sulla gola a proteggere il collo come una sciarpa, in fronte come una bandana, sopra il gomito come la fascia da capitano della nazionale di calcio.

Nel dubbio poi che la fame o la sete, ritornino, le mascherine restano lì dove non dovevano e mai dove dovrebbero. Chiacchiere in libertà.

“Fumo così non metto questa caz… cavolo di mascherina”, lo dice una ragazza agli auricolari del telefonino, guinzaglio sulla sinistra, sigaretta sulla destra.

Entra nel parco, improvvisamente si arresta, scarta dal sentiero principale giusto una decina di metri prima di finire in un gruppo di persone, birre in mano o bevute a canna, bottiglie vuote a terra, scatola di cartone e sopra un cavatappi.

Non c’è eccezione generazionale. Son tutti qui, sorridenti e convinti, orgogliosi della loro “disubbidienza civile”, anzi, in qualche modo sicuri di stare dalla parte del giusto, viceversa qualcuno li fermerebbe.

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Non li ferma nessuno, invece. Anzi, sulla scia di quel sano populismo iniziato con “Milano non si ferma”, Beppe Sala ha trovato modo di solidarizzare con studenti e loro famiglie, costrette a organizzarsi in fretta e furia per la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado, decisa dal presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana. Come se si potesse parlamentare con il virus: “dai dacci tregua qualche giorno e chiudiamo le aule da lunedì”.

Semmai a Fontana andava rimproverato di chiudere solo le scuole e non tutto il resto, perché, non i bambini delle materne, non i ragazzi di elementari e medie inferiori, ma tante e tanti adolescenti oggi li trovi a bere, passeggiare e mangiare in piazza.

“Non è giusto” è la frase che più si sente ripetere e di seguito praticamente ogni cosa: non è giusto non poter andare a bersi un caffè, a farsi una birra, in palestra, in pizzeria, al centro commerciale, a scuola, al parco, a casa degli amici, a farsi una vacanza al mare, a sciare e a… la qualunque.

Invece è giusto, nel senso letterale. Perché giusto, dal latino iustus, significa secondo la legge e la legge questo dice: non si può.

Viviamo in un Paese democratico, però, e questo comporta che le leggi, più che altro, vengano rispettate solo se condivise. La nostra Repubblica non è in grado, non è neppure attrezzata a far rispettare norme in caso di una massiva e massiccia disubbidienza civile.

Ma, è evidente, che nulla riesce a fare anche nel caso di una diffusa “disubbidienza incivile”, come questa della sistematica violazione delle norme anticontagio. Dove contagio a oggi significa 100 mila morti e oltre 3 milioni di infettati, più di 300 decessi nelle ultime 24 ore, oltre 20 mila nuovi positivi in un giorno, un paio di migliaia di persone attualmente intubate in terapia intensiva.

Marcus Tullius Cicero, quello che chiamiamo Cicerone, qualcosa più di due mila anni fa, la disse così: “Siamo schiavi delle leggi per poter essere liberi”.

Più prosaicamente il cancelliere prussiano Otto von Bismarck, cento cinquant’anni or sono, sentenziò: “Con cattive leggi e buoni funzionari si può pur sempre governare. Ma con cattivi funzionari le buone leggi non servono a niente”. Neppure quelle antipandemiche, aggiungiamo noi.