Era il 20 maggio del 2017, era la manifestazione Milano Senza Muri. Un fiume colorato di voci e persone. Così tante che quando la testa del corteo arrivò al Castello Sforzesco, la coda era ancora là in Porta Venezia. Poi dal palco, al microfono, qualcuno lo disse: “siamo 100 mila”. Ed era evidente che non c’era trucco o inganno, 100 mila lo eravamo per davvero.

Quando nelle scorse ore è arrivata la notizia che i morti ufficiali covid hanno raggiunto e superato quota 100 mila, ho cercato di immaginarmeli tutti insieme e allora mi sono ricordato quel “siamo 100 mila” di quel 20 maggio 2017.

Avevo inizialmente pensato allo Stadio Meazza di Milano, sono andato a controllare. 80.018 posti. 20 mila in meno per raggiungere i 100 mila. Quindi ho guardato al campo da gioco. Se tutti quelli sul prato stanno in piedi, ci si riesce.

E, se ci si sta stretti, c’è posto anche per un numero di persone che comprenda anche tutti i morti cinesi, perché da inizio pandemia a ieri le donne e gli uomini che in terra di Pechino sono stati uccisi dal virus sono 4.636. Cioè a dire che per ogni morto della Repubblica Popolare Cinese, ce ne sono 21 della Repubblica Italiana.

Anticipo ogni polemica. La Cina non è una repubblica, l’Italia si. E, forse, è anche peggio. Regime autoritario contro democrazia, vince il regime autoritario.

Quel che è frustrante, è che vince, anzi, stravince, perché con metodi suoi propri, nei fatti incarcerando i malati covid e applicando un controllo di polizia degno della più moderna e invasiva dittatura, batte un virus stupido.

Stupido nel senso che il covid non è dotato di poteri misteriosi e imbattibili. Si batte, innanzitutto e da subito lo si sa, con il distanziamento sociale.

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Noi democratici non siamo riusciti a stare lontani. A rispettare le regole anticontagio. Banali: lavarsi le mani, usare le mascherine, stare l’un l’altro distanti un metro. Quel che è incredibile a pensarci è che non lo abbiamo fatto in nome della libertà.

Ma non immaginatevi chissà quale libertà. Non la libertà di opinione o quella di protestare o quella di professare una religione o aderire a un credo politico o chissà quale alta libertà.

No, le libertà che abbiamo rivendicato e frequentato sono quelle di sacrificare la salute al lavorare. Quella di salire su mezzi pubblici strapieni. Quella di protestare contro la dad e pretendere un insicuro ritorno in classe in presenza. Quella di far visita agli amici e bisboccia tutta la sera. Quella di andare a fare shopping, al ristorante, in birreria, al bar, in vacanza, in discoteca a e altre libertà del genere.

E non dico tutti e 100 mila, ma magari qualcuno tra i deceduti, ammesso ne abbia avuto il tempo prima di essere intubato, avrà pensato: ma tu guarda se devo morire per lo struscio sui Navigli, il rave alla Darsena, la disco in Costa Smeralda, la lezione in presenza di matematica, il viaggio sull’autobus, in treno, in metropolitana.

E siccome poi il tribunale della storia, oltre a non fare sconti, talvolta sottolinea gli aspetti amaramente ironici, credo non sfugga a nessuno che l’ultimo vaccino al quale abbiamo appeso le nostre speranze, si chiama sputnik ed è fatto con il fondamentale contributo dei militari di un posto dove gli oppositori politici vengono avvelenati, uccisi, imprigionati. Un vaccino autoritario, necessario perché le nostre democratiche multinazionali del farmaco, non stanno ai contratti e agli accordi di produzione.

Ipocritamente facciamo finta di nulla e continuiamo a professarci migliori e a rifugiarci in Winston Churchill e nel suo “la democrazia è la peggior forma di governo, ma la migliore finora”.

Quando muore un dittatore, di solito muore il regime che lui incarna, il covid ha ucciso almeno 100 mila cittadine e cittadini italiani e con loro ha ucciso un pezzo, neppure tanto piccolo, della nostra preziosa democrazia.