Poi un giorno, che io immagino di sole e con gli uccellini a cinguettare, ci toglieremo le mascherine. Non per disubbidienza o insofferenza, ma perché le condizioni epidemiologiche, più che la legge, lo permetteranno.
Le orecchie torneranno a essere orecchie e non manubri a cui attaccare l’elastico bianco dellechirurgiche o quello variopinto di tessuti dal dubbio effetto filtrante, ma di un certo appeal modaiolo.
Le voci torneranno cristalline, perché le bocche non avranno più quella sordina di “tessuto non tessuto” a ovattarle.
Un colpo di tosse tornerà a essere tale e non un allarme di potenziale malattia. E un naso che cola, un infreddamento. E due linee di febbre, due linee di febbre.
La pelle si scalderà ai raggi o raffredderà sotto il soffio di un venticello.
Gli occhi non subiranno più l’attentato del ferretto che ha regalato a tutti l’effetto di indossare occhiali senza lenti, come quelli con il naso grosso e i baffi, che mettono i ragazzini a carnevale.
Le barbe saranno nuovamente fatte e se lasciate crescere non subiranno più l’oltraggio di ritrovarsi schiacciate come crescessero sulla faccia di uno scodinzolante bouledog.
Trucchi e rossetti resteranno sui volti di chi li usa e non saranno portati via dallo sfregare continuo di dispositivi di protezione individuale sporchi di mascara.
Ci daremo la mano con strette più o meno vigorose e la pianteremo con questi saluti con pugno e gomito che ci fanno sembrare novizi attempati di una baby gang.
Ci abbracceremo. Avvolgendo gli altri torneremo a misurarne i corpi. A contenere emozioni. A dare e ricevere conforto.
Rivedremo genitori e vecchie zie senza il patema di essere latori della loro prematura morte.
Potremo di nuovo lasciare liberi gli anziani e quando ci lasceranno diremo che era arrivata la loro ora e non che sarebbe comunque arrivata prima o poi.
Torneranno le feste, i concerti, i cinema, i teatri, i locali affollati e i musei vuoti.

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A scuola non si vorrà andare, compiti e interrogazioni non avranno più “l’aiuto da casa” e neppure fogli e foglietti dietro le telecamere, sulle scale ragazze e ragazzi torneranno a pomiciare, a fumare, a confessarsi. Per bigiare, bruciare o comunque si dica ora non presentarsi a lezione, non basterà più dichiarare compromessa la connessione.
Torneranno le riunioni in presenza, per le quali sarà necessario vestirsi sopra e sotto, non ci si potrà più presentare in mutande che tanto la webcam non inquadra.
Il lavoro, per chi non lo avrà nel frattempo perduto, tornerà a essere un luogo e non un angolo di casa per lo smart working, i treni dei pendolari e i mezzi pubblici saranno ancora affollati come bolgie infernali.
Assembramento sarà nuovamente parola da rapporto di polizia e striscioni e urla e idee.
Il covid sarà un brutto ricordo di lutto, di malattia, di sofferenza, di povertà e non più un pensiero fisso, un eterno memento mori.
Non ci sarà più il bollettino della protezione civile e torneremo a morire di infarti, fumo, alcol, troppo mangiare, troppi dolci, disgrazie e fato.
I medici e le dottoresse, dismessi i panni coprenti degli eroi, avranno occhi, nasi e bocche e potremo interpretare le espressioni del volto per sapere se è buona o cattiva notizia.
Forse ci racconteremo come è andata, cosa è successo o, forse, scaramanticamente tutto butteremo in qualche baule dei tempi passati, insieme a mascherine, guanti e tute bianche da marziani.
Saremo di nuovo sporchi e finiranno nelle discariche le improvvisate acquasantiere con il detergente per lavarsi le mani che traballano a ogni accesso di luogo per il pubblico.
Torneremo a volare. A sobbalzare per un vuoto d’aria. A sgomitare per trovare un posto al bagaglio a mano. A sorridere al batter le mani rinfrancato a un atterraggio un po’ turbolento.
Ci saranno sicuramente i negazionisti e i giocolieri dei numeri. Il numero delle vittime ballerà per convenienza e giustificazione di scelte passate. La verità sarà negata e riconfermata e negata e riconfermata ancora.
Ci riconosceremo, ritroveremo volti a un tempo vecchi, ma nuovi perché diventati inconsueti e poi ci saranno i nuovi nati del periodo della pandemia e i sorrisoni e i gne gne gne.
E ci saremo anche noi, sopravvissuti con poco merito e tanta fortuna, magari con qualche consapevolezza in più o, nessuna, perché avremo troppo da fare, ignoranti del sole, degli uccellini e del loro cantare coperto dal nostro rumoroso vivere.