Anche in questo caso e una volta di più tocca ammettere che un disastro non ci ha insegnato granché, mi riferisco a quello nucleare di Fukushima.

Dieci anni oggi e nessuno si ricorda di Naoto Kan, ? ??. No, non si tratta dell’unica vittima riconosciuta dell’incidente alla centrale, bensì del primo ministro giapponese in quel 11 marzo del 2011.

Per chi un po’ seguì la storia, Masao Yoshida, ?? ??, che era il direttore di tutto il complesso nucleare e che poi morì per un tumore che non venne considerato conseguenza del disastro di Fukushima, dovette ritardare operazioni indispensabili alla mancata esplosione dei reattori per sottostare alle indicazioni del Kantei, ??, l’ufficio del primo ministro nipponico.

Se all’origine di tutto ci fu una vecchia centrale nucleare nella quale erano stati sottostimati, come da relazioni delle successive inchieste parlamentari e giornalistiche, i rischi terremoto, dall’altro ci fu l’intromissione della politica che, assente nell’imposizione delle normative di sicurezza, dettò, per ragioni sue proprie, i tempi, rallentati, delle operazioni di messa in sicurezza dei “noccioli” non più raffreddati.

Naoto Kan tra passerelle sul luogo dell’incidente e arroganze varie, allungò un’agonia e mise a rischio la vita dei 40 mila operai che tutto fecero perché Giappone e non solo il Giappone, non patissero quello che poteva diventare il più grande incidente nucleare della storia.

La narrazione generale, parla di scampato pericolo, raccontando una mezza verità. È infatti ormai noto che gli effetti di quella tragedia sono tutt’altro che evitati e solo parzialmente circoscritti all’area di Fukushima o al regno dell’imperatore Naruhito, ??.

Come non si sottolinea quanto, in tutto il mondo, nelle politiche energetiche c’è un prima e un dopo l’11 marzo del 2011.

Se oggi possiamo vivere quel disastro nucleare come una vicenda e un anniversario di altri, lo dobbiamo anche a Masao Yoshida, che non si sottrasse allo scontro con il primo ministro e fece, assumendosene rischi e responsabilità, quel che gli veniva chiesto di rimandare.

Alla memoria di Masao Yoshida, deceduto il 9 luglio 2013, forse andrebbero intitolate strade, piazze e vie di tutto il mondo.

La legge italiana non permette di titolare la toponomastica a persone in vita, peccato, perché almeno un vicoletto si meriterebbe Annalisa Malara, l’anestesista trentottenne di Cremona, che, disubbidendo ai protocolli di politica sanitaria, il 20 febbraio 2020 decise con i suoi colleghi di fare un tampone a tale Mattia. Mattia Maestri, poi, suo malgrado, assurto agli onori delle cronache con l’epiteto, rivelatosi per altro sbagliato, di “paziente 1 del covid italiano”.

“Ho dovuto chiedere l’autorizzazione all’azienda sanitaria. I protocolli italiani non lo giustificavano. Mi è stato detto che se lo ritenevo necessario e me ne assumevo la responsabilità, potevo farlo”, ha raccontato, ricostruendo quelle ore, la dottoressa Malara.

La quale non ha il merito di aver così evitato alla pandemia, ma probabilmente, e fa impressione scriverlo, aver contribuito a far sì che le vittime fossero “solo” 100 mila.

Martin Luther King riguardo all’assumersi la responsabilità, una volta ebbe a dire: “può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla”. Che è una frase che viene buona per Fukushima, per la pandemia e per tutti quei casi nei quali c’è distanza di consapevolezza e di interessi tra chi, per ruolo, decide che cosa bisogna fare e chi, per scienza e conoscenza, sa cosa sia necessario fare.