Claudio scuote la testa un paio di volte prima di dare voce a quel suo: “non è cosa”. Poi argomenta: “le persone passano, guardano, toccano e poi vanno avanti e non è che vadano da un altro, per tutti sta andando così”. E quando dice “tutti”, il suo braccio ha quel movimento che talvolta fanno le persone quando dicono: “tutto questo un giorno sarà tuo”, però l’espressione degli occhi, il volto rigorosamente mascherato, è quello di indicare macerie.

Il mercato sembra un presepe, tutto è perfetto. Bancarelle in ordine. Le merci fanno lucente mostra di sé. C’è pure la musichetta gioiosa che rimanda un “com’è bello far l’amore da Trieste in giù”.

Ma nel fotogramma, se qualcuno filmasse, sarebbe evidente la mancanza di persone. Il mercato è orfano di acquirenti. Pochi quelli che ci sono e neppure tanto buoni, nel senso che si compra e si spende poco, molto poco.

“Così non ha senso”, continua Claudio, “dovrebbero chiudere il tempo necessario per vaccinare tutti e poi finalmente aprire definitamente tutto”.

E la domanda, neppure tanto implicita, è “perché non lo fanno?”. Il punto di domanda resta lì sospeso, adesso con il governo di tutti, tranne Fratelli d’Italia, è difficile armarsi di partigianeria e accusare di incapacità la maggioranza che quasi comprende l’intero arco costituzionale. A meno di dire, e viene detto: “son tutti uguali”.

“Non è per me, che ormai ho superato i sessanta, ma i nostri figli? I nostri nipoti?”.

Basta però attraversare la strada per avere conferma che i problemi non hanno da venire, tra i due angoli dove cappello da baseball in mano da sempre si contendono spiccioli di carità due ragazzi ventenni di colore, oggi è comparso un signore che gli anni di Claudio lì ha tutti.

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Colbacco fuori stagione, un lungo cappotto nero che fa a pugni con questo inizio di primavera, quando ti avvicini a portata di parola ti chiede “venti centesimi” e allunga un bicchierino di plastica da caffè. Fa parte degli italiani che hanno invertito le statistiche sulla povertà assoluta.

Secondo ISTAT infatti per la prima volta calano le famiglie di immigrati in povertà assoluta, ma solo perché aumentano quelle autoctone.

“Povertà assoluta” significa “non potersi permettere le spese minime per condurre una vita accettabile”, che più prosaicamente viene tradotto con un “non riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena”. Riguarda secondo l’Istituto di Statistica Nazionale 2 milioni di famiglie ovvero più di 5 milioni e mezzo di persone, il 9,6% della popolazione.

Un esercito di donne e uomini. La crisi ha fatto più male tra le persone tra i trenta e cinquant’anni. Ha colpito di più le famiglie con figli. È stata meno ammortizzabile per separati e divorziati.

ISTAT, infine, dice, in un altro modo, quel che ha sottinteso Claudio. La pensione. Piccola o grande per sia, per tante famiglie è diventata la sola ancora di salvezza. “La presenza di anziani in famiglia, titolari di almeno un reddito da pensione, riduce il rischio di rientrare fra le famiglie in povertà assoluta”.

I numeri dicono che stabili sono le famiglie in povertà assoluta con un anziano in casa, aumentano invece di ben due punti percentuali, quelle che non lo hanno o non lo hanno più, perché la pandemia non è stata economica, ma umana e i morti già da qualche giorno sono più di 100 mila.