Colleghi giornalisti, non lo fate, non vi vaccinate. Facciamo come il Presidente Sergio Mattarella, aspettiamo il nostro turno che, tendenzialmente, arriverà in un tempo inversamente proporzionale alla nostra età.

Non seguiamo le sirene di quei presidenti regionali del nostro ordine, il campano Ottavio Lucarelli, per esempio, che promette: “La vaccinazione avverrà in parallelo con gli over ottanta. L’informazione è servizio pubblico essenziale”. Cui sembra fare spiacevole eco il presidente dell’ordine nazionale Carlo Verna che chiede “priorità per chi garantisce l’informazione in zone a rischio”.

Le “zone a rischio” sono frequentate quotidianamente da lavoratori che ogni giorno, ora, minuto rischiano l’infezione. Tanto più che ormai, in tante zone del Paese, ogni luogo è “a rischio”. Lo è la Darsena sui navigli di Milano per il cameriere. Lo è il mercato del Rione Sanità per l’ambulante napoletano. Lo è la scuola materna, elementare, media, per l’insegnate. Lo è l’autobus per il conducente. Lo è la fabbrica per l’operaio, l’officina per il meccanico, l’ufficio per l’impiegato nel cui luogo di lavoro non sono state aggiornate le già blande norme anticontagio a seguito dell’arrivo delle virulenti varianti.

Non sviliamo il nostro tesserino, trasformandolo in un efficace salta fila come avviene in certi musei o teatri. Non sporchiamolo con lo stigma dell’odioso privilegio.

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Il vaccino non è un elisir di lunga vita, è un medicamento che serve a salvare la vita alle persone più fragili. Nessuno di noi ha la certezza di sopravvivere a un’infezione covid, ma tutti sappiamo che più a rischio sono gli anziani e poi tutti quei malati, gli oncologici, i cronici e tutte quelle persone per le quali il coronavirus è più di una generica minaccia.

Sappiamo, perché è il nostro mestiere l’informazione, che a oggi non ci sono vaccini per tutti. Al momento l’opzione non è tra farselo prima o dopo, ma tra farselo e non farselo.

Ci piace dipingerci come i “cani da guardia della democrazia”, il nostro dovere, insomma, sarebbe quello di vigilare su chi ha il potere, su chi lo esercita.

Siamo senza padroni, randagi, per antonomasia, non trasformiamoci, per avere un vaccino prima di chi ne ha bisogno, ancorché diritto, in animali impagliati, trofeo della peggiore pratica politica.