Quattro volte «sì, lo voglio» nel corso di cinque settimane. Al netto del sì di medici e di una preposta commissione, è questo quel che permetterà agli spagnoli dal prossimo giugno di accedere alla “dolce morte”, all’eutanasia per dirlo con gli antichi greci.

Non l’ipocrisia dell’interruzione “passiva” della vita, quella che passa dallo spegnere alimentazione o respirazione assistita, ma la “morte dolce” data con l’iniezione di un preparato letale: che uno si potrà fare da solo, se ancora in grado, o da altri sarà eseguita.

Sei stanco di stare male, non sopporti più un dolore senza cura, non c’è la fai più ad attendere i progressi di ricerca e scienza medica, non vuoi essere mantenuto in vita, rifiuti l’accanimento terapeutico, valuti sia finito il tuo tempo: per legge di Madrid ora hai una “via d’uscita” praticabile.

La cattolicissima Spagna sorpassa a sinistra la cattolicissima Italia, forse è perché scontiamo il fatto di avere il Papa e il piccolo stato del Vaticano “in casa”. Altri motivi, in effetti, si fa fatica a trovarli.

Certo, oggi, con il governo di tutti, appare fortemente improbabile che possa finire in calendario legislativo una simile questione.

Ma, neppure ieri, quando c’era il governo giallo-rosso, quello che i commentatori dicono di centrosinistra, il Conte due, per intendersi, l’eutanasia non è finita in alcun programma politico.

Ma non è un problema solo della maggioranza che sosteneva “l’avvocato del popolo”: una legge “alla spagnola” non si è mai affacciata neppure nei parlamenti che sostenevano Prodi, D’Alema, Letta, Gentiloni e Renzi.

Eppure che la questione, ancorché di progresso, sia questione di equità, parola imprescindibile per la sinistra, è fuor di dubbio.

Perché, come sappiamo, non è che l’eutanasia, la “morte dolce”, non sia pratica frequentata dagli italiani.

Ma lo è come un tempo, quando, punita per legge, era l’interruzione di gravidanza. La si faceva, di nascosto, a seconda delle proprie capacità economiche.

C’era chi andava in Svizzera, chi in una italianissima clinica privata, chi rischiava la vita con i ferri da calza di una mammana.

Anche per l’eutanasia abbiamo la costosa opzione svizzera (o comunque oltre confine nazionale), una “diversamente cara” alternativa privata italiana e, infine, qualche “metodo fai da te”.

Tutte “strade” percorse segretamente, tranne dagli alfieri delle battaglie dei diritti civili, che, sfidando tribunale e carcere, ci ricordano la nostra incivile, confessionale, classista e, soprattutto, ipocrita realtà legislativa.

E non si obbietti che non è o non era questo il momento, nel quale alle “morti dolci” di un periodo normale, si sono aggiunte quelle del periodo pandemico.

Mi riferisco non a quelle e quei malati, troppi, ai quali i medici non han potuto dare un respiratore, dovendo scegliere tra chi vive e chi muore, ma a quanti agli ospedali non hanno mai avuto accesso e hanno chiesto la pietà di un’iniezione per morire “dolcemente” nelle loro case.

Storie che si sanno, ma non si dicono, perché Intel Bel Paese tutto questo, assimilandolo all’omicidio volontario, è punito secondo l’art. 575 del Codice Penale e, se la persona deceduta era manifestamente consenziente, rientra nell’art. 579: omicidio del consenziente, con reclusione prevista da 6 a 15 anni.

In Italia è così, così non è, invece, in Svizzera, In Olanda, in Belgio, in Lussemburgo, in Germania, in Austria e ora, in Spagna, restando solo ai Paesi a noi culturalmente, storicamente, politicamente più prossimi.

Si accusa spesso chi sostiene l’eutanasia o il “suicidio assistito” di assimilarsi a Dio, come se condannare a vivere chi vuole morire, non sia tra tutti, l’atto più divino o, meglio, disumano, possibile.

O per dirla con il teologo Hans Küng: «il diritto di continuare a vivere, non può diventare un dovere: il diritto alla vita non equivale a una coercizione a vivere».

Nella foto: “La morte di Socrate” di Jacques-Louis David