Ci sono i terrapiattisti, quelli che hanno visto Elvis Presley con Michael Jackson a passeggio settimana scorsa e, poi, ci sono coloro che pensano che l’andare a scuola sia sicuro e che gli studenti dovrebbero tornare subito in presenza.

Questa è la premessa doverosa per segnare da quale parte stiamo e, quindi, non essere confusi nelle prossime righe con chi urla: «si deve tornare in classe».

Ciò detto, insieme a un’azione giusta e doverosa, la chiusura delle scuole, se ne sta perpetrando, violando la legge, i decreti, gli ordinamenti, una odiosa: il mancato rispetto del principio dell’inclusione scolastica.

Il Ministero dell’istruzione, il 12 marzo (nota protocollo 662/12/03/2021) ha dovuto emettere un documento dal titolo: «decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 2 marzo 2021 – alunni con bisogni educativi speciali e degli alunni con disabilità».

In questo documento, a firma del direttore generale del dicastero di via Trastevere, si dà finale interpretazione della norma del dcpm dello scorso 2 marzo del governo Draghi, che già riprendeva provvedimenti di Giuseppe Conte e della ministra Lucia Azzolina.

In particolare, la parte oggetto di chiarimento è quella che così recita: «Resta salva la possibilità di svolgere attività in presenza qualora sia necessario l’uso dei laboratori o in ragione di mantenere una relazione educativa che realizzi l’effettiva inclusione scolastica degli alunni con disabilità e con bisogni educativi speciali […]».

Il ministero come prima cosa specifica che la scuola debba valutare se proprio lo studente con bisogni educativi speciali possa o no seguire lezione in regime di didattica a distanza.

Fatta questa valutazione, chiarisce che: “laddove per il singolo caso ricorrano le condizioni tracciate nel citato articolo 43 [in sintesi laddove l’alunno con disabilità o bisogni educativi speciali non possa seguire in DAD, ndr], le stesse istituzioni scolastiche non dovranno limitarsi a consentire la frequenza solo degli alunni e agli studenti in parola, ma al fine di rendere effettivo il principio di inclusione valuteranno di coinvolgere nelle attività in presenza anche altri alunni appartenenti alla stessa sezione o gruppo classe”.

Semplificando, ci sono studenti che dovrebbero andare a scuola, ma che non ci stanno andando. Questa comunicazione ministeriale a proprio questo serve, per dire: la scuola deve restare aperta agli alunni con bisogni educativi speciali e agli alunni con disabilità tale che non possa essere garantita la continuità didattica in dad e, insieme a loro, ad alcuni loro compagni di classe.

C’è purtroppo una seconda parte di questo documento che, pur non cambiando il senso di quanto già riportato, ci restituisce un sentire che non solo non condividiamo, ma critichiamo alla radice.

Il passaggio è il seguente: «gli studenti BES (quelli con Bisogni Educativi Speciali, ndr) possano continuare a sperimentare l’adeguata relazione nel gruppo dei pari, in costante rapporto educativo con il personale docente e non docente presente a scuola».

Questo passaggio, in pratica, rafforza un’idea che è quella che il «giovamento» sia unidirezionale. Lo studente BES si arricchisce della presenza dei compagni. Crediamo, e non per posa o per politically correct, che la relazione sia arricchente per tutti, anche per chi non ha bisogni educativi speciali.

Non ci sommiamo ai tanti, troppi adulti, che da un anno a questa parte si sono fatti portavoce e guide di studenti nella “guerra santa alla DAD”, ma non nascondiamo che ci piacerebbe domani dover scrivere che, brandita questa nota del 12 marzo del Ministero dell’istruzione, un gruppo di studenti si sono presentati con il loro collega BES, rivendicando insieme il diritto all’inclusione scolastica o meglio, all’inclusione, punto.

Magari declamando quella frase del maestro Ezio Bosso, il compianto direttore d’orchestra che di sé disse: «sono un uomo con una disabilità evidente in mezzo a tanti uomini con disabilità che non si vedono».