Il lockdown è finito. Non so se in tutta la Lombardia, ma a Milano la zona rossa è bella che andata.

Un po’ ci si è creduto e poi, il primo giorno butti la pattumiera, il secondo vai a prendere il giornale, il terzo fai la spesa, il quarto un bancomat, al quinto fai un giro e al sesto chiacchieri passeggiando.

Così, in una progressione esponenziale dell’irresponsabilità, la città è in lockdown solo per studenti in dad, per i baristi e i ristoratori in genere condannati all’asporto, per i cinema e i teatri, che chi se li ricorda più.

“Lockdown” significa “confinamento”, parola per noi un po’ datata che si può tradurre con “relegare”, cioè costringere qualcuno in un luogo isolato. In tempo di pandemia: “starsene a casa”.

Ricordate un anno fa? Un lusso avere il balcone o un cane da portare a passeggio. E poi posti di blocco e auto-certificazioni in modelli sempre più aggiornati, con sempre nuove opzioni e eccezioni, i nuovi dcpm e stampa e compila e stampa e compila, che se esci senza è penale.

Un anno fa. Adesso, con i 551 morti covid dell’ultimo bollettino, 105.879 donne e uomini che hanno immolato la loro vita al coronavirus, ora siamo consapevoli, sappiamo e ce ne freghiamo.

E siamo in buona compagnia perché a fregarsene sono un po’ tutti, tant’è che i controlli sono scomparsi.

Stato di polizia! Stato di polizia! Berciava il populista dodici mesi fa, ignaro che in Cina, quando straniero arrivavi, capitava ti relegassero in un appartamento, con una “simpatica” cavigliera elettronica e «vediamo dove vai».

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Ci riempiamo la bocca di libertà, diritti costituzionali e poi, darwinamente, facciamo prevalere la legge del più forte, del più furbo, del più raccomandato.

Quest’ultima classe di persone, i “raccomandati”, è quella che è riemersa con i vaccini: novantenni che ancora aspettano di essere convocati nei centri di somministrazione, mentre baldanzosi giovanotti, con il tesserino o l’amicizia giusta, gli fottono il siero.

“Caregiver” è parola inglese, il latinorum dei giorni nostri, che vuol dire “assistente familiare” ed è diventato l’escamotage di alcuni furbetti, che approfittano di una norma sacrosanta a tutela di chi dà quotidiano aiuto a persone fragili, per intrufolarsi nell’eccezione.

I “falsi caregiver” sono i “falsi invalidi del vaccino”, con la differenza che lo fanno non per guadagnare una pensione non dovuta, ma per rubare vaccino e vita alle nostre mamme e papà, nonne e nonni, bisnonne e bisnonni.

E tutto questo per una “patente vaccinale” che è già sinonimo di turismo estivo, discoteca, ristoranti, divertimento. Il preservativo virale dello sballo.

Per dirla con il milanesissimo Giorgio Gaber, “c’è un’aria, ma un’aria, che manca l’aria”.

Ps: La foto a corredo di questo post è stata scattata nella sala d’aspetto degli uffici centrali dell’anagrafe di via Larga a Milano, il 18 marzo 2021, prima giornata della memoria delle vittime del covid.