Tanti anni fa, su un volo che mi portava da Ginevra a New York, qualcuno disse che saremmo stati per aria abbastanza a lungo perché nessuno avesse paura.

L’argomentazione era più o meno la seguente: nessuna donna o uomo poteva tremare, urlare, piangere per tutte le, più o meno, nove ore del viaggio.

In quel periodo della mia vita, quella tratta l’ho fatta tante volte e devo dire che, effettivamente, la tensione e le lacrime dei passeggeri aviofobici andavano sempre diradandosi con il passare del tempo.

Non ho mai capito se fosse poi questione di limite fisiologico, cioè che dopo tot di ore il fisico ceda. Confesso, però, che ho sempre sospettato fosse l’effetto di medicinali o bicchieri dall’alto contenuto alcolico o la somma delle due cose a sopire il terrore.

La domanda sono tornato a farmela recentemente, osservando quel che sta avvenendo intorno al covid: «per quanto si può avere paura?».

Il coronavirus è stato, nel sentire comune, degradato a fastidiosa seccatura e, sinceramente, la sola spiegazione plausibile è che il “volo” in questa pandemia stia durando da troppo tempo perché se ne abbia ancora timore.

Effettivamente, a raccogliere opinioni, la parola “paura” ormai è stata sostituita da “stanchezza”, da “non poterne più”, da, restituisco una forma edulcorata, “ne ho le scatole piene”.

Ho addirittura sentito qualcuno azzardare: “me lo prendo e vada come vada, però, basta”.

Proprio come passeggeri di un volo intercontinentale, dove protagonista diventa dopo un po’ il fastidio dello stare troppo a lungo seduti, il bagno da raggiungere tra i vuoi d’aria, la proposta scadente del menu, la scelta limitata dei film, così per tutti noi, nelle chiacchiere da chat, il tema non è la paura, ma i ristori, la dad, il lockdown.

È evidente che, se avessimo paura di morire o ancora ne avessimo, protagonista del nostro tempo sarebbe solo e unicamente capire come restare vivi e come mettere il meno a repentaglio la nostra sopravvivenza.

Così non è, con la sola eccezione del tema vaccini, che però è vissuto più nel suo aspetto di giusta polemica politica sulla cattiva gestione delle somministrazioni.

Diciamocelo per quella che è: se fossimo convinti che il ritardo nell’inoculazione del siero fosse dirimente per il nostro arrivare a domani, assalteremmo i centri vaccinali o lo stabilimento AstraZeneca di Anagni come fossero i “forni” di manzoniana memoria.

Invece anche la questione dei “raccomandati della dose”, dei “falsi caregiver”, è stata degradata a malcostume all’italiana.

Né più, né meno dei furbetti che all’imbarco ti “rubano” lo spazio del bagaglio a mano sopra la testa e a te tocca la seccatura di vagare per la fusoliera nel tentativo di incastrare sulla testa di altri il tuo cappotto. Una seccatura, niente di più.

Così per la vicenda dei “saltafila” vaccinali, il sentire comune è che sia una noiosa seccatura: «toccherà vaccinarsi un po’ più in là» e nessuno che invece dice: «qualcuno si ammalerà e forse morirà perché qualcun altro senza diritto o urgenza gli è passato davanti».

Eppure c’è una forte incongruenza. Nelle scorse ventiquattr’ore, secondo l’ultimo bollettino della Protezione civile, in Italia sono morte 460 persone uccise dal covid, per un totale, da inizio pandemia, 106.399 vittime.

Nel 2020, in tutto il 2020, in tutto il mondo, sono state 299 le persone che hanno perso la vita in seguito a un incidente aereo,
nello stesso periodo i morti ufficiali coronavirus mondiali sono stati quasi due milioni.

Ma, ciononostante, il letale virus non ci fa paura, non ci fa più paura.