La sera del 22 gennaio dello scorso anno, in piazzale Lodi a Milano, nel tratto di pista ciclabile che va da piazzale Corvetto verso il centro, quello, per chi è pratico, che contro ogni logica poco dopo s’interrompe facendo perdere ogni protezione dalle auto al ciclista diretto verso Porta Romana, ci fu un incidente.

Coinvolte erano due persone in bicicletta. Una mountain bike e un vecchio modello con i freni a bacchetta. L’uomo sulla bici nuova sulle spalle portava un borsone termico dai colori sgargianti.

Nel momento nel quale le due bici, che andavano in senso opposto l’una all’altra, si incrociavano, la bretella di destra dello zaino porta vivande cedeva e il grosso contenitore degli asporto, finiva addosso al ciclista con la vecchia bici.

Entrambi perdevano l’equilibrio, ma al rider andava peggio perché invece che nell’erba, come l’altro, cadeva sulla pista ciclabile e lo sfregamento gli causava diverse lacerazioni: rialzatosi in piedi, il suo volto era sporco di sangue.

Quando l’altro ciclista gli suggeriva di chiamare l’ambulanza, il giovane, piangendo, chiedeva di non farlo, quindi, ripreso il borsone, montava in bici e scappava via, verosimilmente a completare la consegna del cibo.

Conosco bene questa storia perché l’altro, ero io.

Poco dopo la fine dell’estate, in piazzale Bonomelli a Milano era sera. Un automobilista taglia la strada a un ciclista che ha sulle spalle un borsone porta vivande dai colori sgargianti.

L’uomo in bici si scontra con l’auto e finisce a terra, un niente lontano dalla stazione dei taxi. È un taxista a intervenire per primo. Inizialmente inveisce contro l’automobilista. «Ma dove guardavi», «chi ti ha dato la patente».

L’altro tenta una scusa, ma viene investito da un definitivo: «non dire cazzate, eri al cellulare».

Il ragazzo, quello investito, cerca di rimettersi in piedi. La bici è danneggiata, ma lui lo è di più.

Il taxista dice «sto chiamando l’ambulanza», il rider dice «no». L’uomo del taxi tentenna. Il ragazzo ha la pelle scura, si capisce che teme l’arrivo dei soccorsi più del male della botta. È seduto sul cordolo del marciapiede.

L’impatto è stato forte. Non riesce ad alzarsi. Il taxista sceglie l’ambulanza. Io e i miei figli restiamo lì in attesa dei soccorsi.

Il piccolo mi chiede «perché non voleva essere soccorso?». E io racconto a lui e alla sorella chi sono i rider.

Racconto loro di quel lavoro che si prende con un’app e faccio loro vedere.

Il claim dice: «Apri l’app e inizia a guadagnare. Scegli tu dove e quando effettuare le tue consegne, devi solo aprire l’app rider ed essere online. Riceverai proposte di consegna, ma sarai sempre tu a decidere quali accettare e quali no».

«Si chiama cottimo», dico loro ed «è una forma di retribuzione che era molto diffusa nel medioevo». Tanto lavori, tanto vieni pagato. In questo caso, sostanzialmente, un tot a consegna.

È la versione peggiorativa del “padroncino”, cioè chi si comprava un furgone e poi, pagato a consegna, ne doveva fare abbastanza, cioè tantissime, per pagare i debiti dell’acquisto del mezzo, e per vivere.

Abbiamo visto Sorry We Missed You, la bellissima pellicola di Ken Loach che questa storia dei fattorini senza contratto racconta. I ragazzi compongono il puzzle e ammutoliscono pensosi. Come prevedibile, prima di andare a letto, richiedono dell’uomo che non voleva l’ambulanza.

Per oggi, 26 marzo 2021, i rider hanno proclamato uno sciopero: «Siamo stanchi di lavorare per 3 euro a consegna a cottimo, vogliamo farci sentire dalle piattaforme e dalle istituzioni, tanto più che stiamo svolgendo un lavoro di utilità pubblica in questa fase di pandemia. Ai consumatori chiediamo di supportare oggi, venerdì, la nostra protesta e non fare ordini».

Esiste un contratto nazionale che è stato siglato tra Assodelivery, l’associazione dell’industria italiana del food delivery, e l’Ugl, l’Unione Generale del Lavoro, il sindacato di destra, quello che, fondato nel 1954, nasceva come emanazione del Movimento Sociale Italiano in contrapposizione a CGIL, CISL e UIL.

Oggi è il #NoDeliveryDay e questa è la lettera dei rider alle cittadine e cittadini italiani.

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Siamo le e i riders che lavorano in ogni angolo del Paese, nelle grandi città come in provincia, dove si stanno diffondendo le consegne a domicilio tramite piattaforma. Da anni stiamo lottando affinché siano riconosciuti i nostri diritti.

Ci troviamo in una situazione paradossale, sempre più diffusa nel mondo del lavoro contemporaneo: siamo pedine nelle mani di un algoritmo, siamo considerati lavoratori autonomi; siamo inseriti in un’organizzazione del lavoro senza alcun potere ma non siamo considerati lavoratori dipendenti dai nostri datori di lavoro.
Anche se ormai è sotto gli occhi di tutti, il lavoro autonomo è solamente un espediente: consente a multinazionali feroci di non rispettare i contratti e di non riconoscerci tutele quali ferie, malattia, tredicesima, quattordicesima, tfr, salari certi in base ai minimi tabellari e non variabili in base al ricatto del cottimo.

In tutta Europa i tribunali stanno riconoscendo la verità: il nostro è un lavoro subordinato. Anche il tribunale del lavoro di Palermo, nel primo grado di giudizio, si è mosso in questa direzione. Un’altra sentenza della Corte di Cassazione ha riconosciuto che ci devono essere applicate le tutele del lavoro dipendente.
Il Tribunale di Milano ha fatto luce su casi palesi di caporalato dentro Uber Eats, che arrivavano a sorveglianza, non solo digitale ma persino fisica, con contorno di violenza e aggressioni nei confronti di riders resi ricattabili (reclutati anche nei centri di accoglienza) da indigenza ed estremo bisogno. Il Tribunale di Bologna ha riconosciuto che l’algoritmo è un dispositivo discriminatorio nei confronti dei lavoratori.
La procura di Milano ha recentemente ribadito che il tempo dello schiavismo deve finire e deve cominciare quello di un lavoro che riconosca tutti i diritti di cittadinanza; ha per questo comminato maxi-multe per centinaia di milioni di euro alle aziende, intimandogli di assumerci e riconoscerci tutele piene. In Spagna una nuova legge riconosce direttamente i riders come lavoratori subordinati; eco di simili discussioni arriva anche nei corridoi europei.
Cosa fanno, in questa situazione, le aziende nel nostro Paese? Se ne infischiano e cercano di farla franca mantenendo un modello di business che si regge esclusivamente su sfruttamento, cottimo e precarietà.Hanno sottoscritto un accordo pirata con un sindacato di comodo (UGL), sul cui profilo di dubbia legittimità si è espresso criticamente anche il Ministero del Lavoro: un contratto truffaldino per evadere la legge e confinarci in questa situazione di mancanza di garanzie.
Per questo venerdì 26 marzo, per l’intera giornata, scioperiamo in tutta Italia.

In questa pandemia ci hanno definito come lavoratori “essenziali”, in un contesto dove le piattaforme non ci fornivano nemmeno le mascherine e, per una simile ovvietà, siamo dovuti ricorrere in tribunale. Essenziali lo siamo stati per davvero, avendo sorretto sulle nostre spalle il settore della ristorazione colpito dalle chiusure dovute all’emergenza sanitaria. Ma gli “essenziali” non possono continuare ad essere anche gli “invisibili”.
Non chiediamo nemmeno la luna. Chiediamo di essere alla pari di tutti i lavoratori dipendenti del nostro paese. Salari, sicurezza, malattia, ferie, contributi, mensilità aggiuntive, tfr, contratto nazionale: per avere questo ci fermiamo da Milano a Bologna, da Napoli a Trieste, da Firenze a Carpi, da Genova a Messina, da Reggio Emilia a Brindisi, in più di venti città italiane.
Per ottenere il massimo risultato possibile abbiamo bisogno di tutto il supporto possibile. Noi ce la metteremo tutta, ma abbiamo bisogno anche di voi. Un gesto semplice – rifiutarsi per un giorno di fare click – può sostenere una causa che non è solo quella dei riders, ma quella della civiltà di un Paese e del mercato del lavoro.

Uniti possiamo fare la storia verso i diritti del futuro contro un regime di sfruttamento ottocentesco.

Non per noi ma per tutt*!».