Anche i ciliegi, quelli di Kyoto intendo, dovevano mettercisi. Hanno scelto proprio quest’anno, il 2021 per battere ogni record di fioritura.

Le cronache dicono infatti che non accadeva dall’812 che raggiungessero il picco della fioritura il 26 marzo.

1.200 anni anni sono un sacco e neppure può venirci incontro quel sano scetticismo che ci fa dire: «va beh, ma chissà nell’812 quando fiorirono, quanto prima del 26 marzo?». Cioè, chissà qual è, per così dire, il “record da battere”.

Ebbene, il problema è proprio questo, il primato da battere è proprio il 26 marzo, nel senso che giusto 1.200 anni fa hanno cominciato a prendere nota della “sakura”, che poi sarebbe il bocciolo di ciliegio e che si scrive
? ?.

Ora, per fare qualche esempio, dieci anni fa, nel 2011, l’acme della fioritura fu il 7 aprile, l’anno dopo, il 9 aprile. Nel 2013, il 30 marzo, e poi sempre ad aprile fino al 2018, 28 marzo.

Diciamo che la serie storica ha 1.200 file e a guardarla l’anticipo è degli ultimi decenni.

Il motivo, manco a dirlo, il riscaldamento globale, quello che Donald Trump bollava come fake news.

D’altra parte quella delle politiche green è una bella seccatura per le nostre economie, perché si sa, che a rispettare il clima si spende di più, almeno nel breve periodo.

A non applicarle? No, non si spende di più sul lungo periodo, cioè forse sì, nel senso che bisogna vedere qual è l’idea di “lungo periodo” che abbiamo, perché, a quanto pare, questa nostra Terra sembrerebbe che la stiamo distruggendo, anzi, l’abbiamo già distrutta così “bene”, che c’è qualche dubbio che il processo sia reversibile.

Sicuramente non lo è per quelle 30 milioni di persone, diciamo mezza Italia, che rientra nella schiera dei “migranti climatici”.

Per dirla fuori dalle formule burocratiche, quelle famiglie che non hanno più una casa a causa dei danni provocati da quel paio di gradi in più, che ci fanno segnare il 2021 come l’anno dell fioritura anticipata a Kyoto.

Donne, uomini, bambini che hanno abbandonato casa, non per un qualche evento naturale catastrofico, ma perché, per esempio, lo scioglimento delle calotte dei poli ha già provocato un innalzamento dei livelli delle acque e l’erosione della costa.

O viceversa, quel caldo un pelo più altro ha distrutto ecosistemi e decretato l’avanzamento della desertificazione.

Non cicli naturali, ma inquinamento, che poi è la diretta conseguenza del nostro vivere umano, soprattutto quando è sufficientemente egoistico per fregarsene del pianeta che ci ospita e che, nei programmi, doveva ospitare anche quelli dopo di noi.

La cosa bizzarra è che la Terra va avanti comunque. Fa le sue rotazioni. Segue le suo orbite. Mano nella mano al Sole, e agli altri pianeti del sistema solare, se ne va a zonzo per gli universi.

Kyoto è a 743 chilometri da Fukushima, dove l’11 marzo del 2011 uno tsunami investì la locale centrale nucleare della Tokyo Eletric Power Company.

«Si sfiorò il disastro», dicono le cronache a dieci anni di distanza. Infatti si rischiò un incidente dalle conseguenze esponenzialmente più gravi di quelle che provocò Chernobyl nel 1986.

È vero, il Giappone non fu cancellato e reso inabitabile per metà del suo territorio. Questo era il rischio. Però si sbaglia a dire che un disastro non ci fu. Ci fu per 165 mila persone, se ci limitiamo alle conseguenze per gli esseri umani, che evacuarono le loro case e, la stragrande maggioranza per sempre, non tornarono più alle loro abitazioni, nonostante i lavori di bonifica nucleare.

Il Miharu Takizakura, il più antico e maestoso ciliegio del Giappone, da un migliaio di anni vive non lontano dalla centrale nucleare ferita, anche quest’anno, tsunami o no, radiazioni o no, pandemia o no, ha fiorito, ma lo ha fatto solo un po’ prima del solito. Qualche giorno, forse una settimana, una e mezzo al massimo, che vuoi che sia?